— Zitto.... per carità!... Mi volete far arrestare? — mormorava don Michele.
— Bella parola! bella parola! — gridava il cocchiere, trascinandoselo dietro. — Evviva!...
Fece due passi e cadde.
— Ah! compare! — esclamò don Michele, tirandolo per un braccio. — Non vi buttate per terra....
— Aiutatemi, — borbottava il cocchiere, brancicando.
Passavano delle signore; due che stavano a braccetto chiacchierando, si trassero indietro spaventate, e misero dei piccoli strilli di terrore. Poi scapparono, guardandosi indietro, come se li avessero alle spalle.
— Ah! mio Dio! mio Dio! — piagnucolava una, tenendosi stretta per mano una bimba incappucciata che le cacciava il capo fra le sottane.
Dei signori che le accompagnavano correvano dietro, rassicurandole. — Ah, davvero, era una cosa abbastanza sconvenevole veder degli uomini che si gettano per terra, in mezzo a una via pubblica, per dove la gente passa all'uscire del teatro! — E come il più giovanotto si dava assai da fare, e strepitava per la paura che s'eran pigliata le donne, e a forza voleva chiamare una guardia, un vecchietto che andava con loro disse che lasciasse stare, perchè era l'ultimo giorno di carnevale e per un anno si sarebbe rimasti in pace.
Laggiù, sotto una bottega, i due continuavano a questionare come se stessero a casa loro. Da lontano le signore si voltavano ancora a guardarli, affrettando il passo. Era una macchia nera che a volte si moveva comicamente sul gran bianco del marciapiedi, e a volte, nel silenzio, un'esclamazione rauca che metteva loro i brividi addosso.
Il cocchiere s'era steso addirittura a terra e non voleva saperne di tornare a casa. Tutto il corpo gli si era intorpidito, balbettava parole confuse e rotte, con la lingua grossa che gli pesava, girando il capo da ogni verso. Don Michele, poveretto, perdeva il fiato a volerlo persuadere. Gli si chinava all'orecchio, lo tirava pel braccio, impietosendosi.