Per Rinaldo

Era Rinaldo un cavalier possente

Che di prodezze fece tante e tante

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A quell'ora, era l'una dopo mezzogiorno, Tore il cantastorie si faceva ancora aspettare. Intanto il monello che gli portava le quattro panchette era arrivato da tempo, e al solito le aveva ordinate in quadrato, sotto la gran tettoia dei magazzini della dogana. Mentre, aspettando, guardava lontano se lo vedesse spuntare allo sbocco del Molo, qualcuno si metteva già a sedere, invitando qualche amico a far lo stesso, per tirar fuori quattro chiacchiere. A poco a poco gli scanni si riempirono, non vi fu più un posto vuoto. E i discorsi cominciarono.

— Tore perchè non viene? — chiese un marinaio a un facchino che caricava la pipa.

— Lo so io? — rispose costui, senza alzare il capo. — Avrà dimenticato il libro a casa.

— Don Peppe! — gridò un giovanotto camorrista, con un ciuffo di capelli che gli uscivan di sotto al berretto messo di sghembo, — sono botte oggi?

La dimanda era diretta a un vecchietto arzillo e asciutto, che sedeva all'estremità della panca. Don Peppe, che un tempo era stato lupo di mare e ora vendeva le tende incatramate pei bastimenti, laggiù a Porto, era conosciuto tra i frequentatori di Rinaldo al Molo pel più caldo ammiratore del guerriero, e lo chiamavano, per quel suo entusiasmo spinto sino all'adorazione, il patito.

Di patiti nell'uditorio abituale ce n'erano meglio d'una diecina e sapevano la storia di Rinaldo come il paternoster. Ogni giorno, alle due letture che faceva Tore, con una mezz'ora d'intervallo, si venivano a pigliare le loro emozioni.