Un gran silenzio succedette: Tore abbassò la bacchetta e chiuse il libro, passandovi il segno di carta. La prima lettura era finita. Ma nell'uditorio, colpito dalla sconfitta, rimaneva un profondo rammarico. Come! Rinaldo vinto! Rinaldo prigione! Rinaldo! Era una sciagura a cui quasi non si voleva credere ancora.

— Questo non me l'aspettava, — mormorò un vecchio a don Peppe, che guardava a terra.

E come l'altro taceva:

— A tradimento, però, l'hanno pigliato, — soggiunse, alzandosi.

Don Peppe rimase seduto, immobile, colle mani spiegate sulle ginocchia, la bocca semiaperta, in silenzio. Aspettava, gli pareva che ci fosse ancora qualche cosa da sentire, non poteva esser finita proprio a quel modo. In quel dubbio le panche che si vuotavano lo sorpresero; alzò il capo, gli ultimi rimasti si movevano lentamente e sulle loro facce passava un'impressione di scontento che anche i loro movimenti tradivano. La tristezza per la sconfitta era comune. Quando fece per uscire mancò poco non scivolasse sopra una buccia di cocomero; allungò il braccio e il bastone, urtò la panca col ginocchio. La panca rovesciò a terra con un rumore lugubre. Allora don Peppe s'alzò anche lui, non sapendo più restare così. Nella impressione, che ancora durava, quella caduta mise una nuova nota di dispiacere; i suoi nervi scossi ne risentirono come d'un altro avvenimento malaugurato. Scese dal marciapiede e cercò con gli occhi il cantastorie.

Tore era lì a due passi, innanzi ai venditore di mele, che glie ne pesava per un soldo. Si bisticciavano per una mela che il venditore s'ostinava a non voler mettere nella bilancia.

Don Peppe s'accostò e toccò Tore al braccio.

— C'è ancora una seconda lettura? — gli chiese, sottovoce.

— Già, di qui a mezz'ora.... Lasciala stare, mannaggia!... — gridò poi al fruttivendolo che voleva levar via a forza la mela. — Ora non le piglio più e buona notte.

— E.... uscirà di prigione? — arrischiò don Peppe, timidamente.