Don Peppe colpì il momento. Aprì la porta di strada con tutte le precauzioni di un ladro, se la tirò dietro senza chiuderla, avendo cura di far combaciare le commessure. Si fermò un poco a sentir se dentro succedesse qualcosa, poi infilò il vicoletto, correndo, senza più voltarsi indietro.

La strada tutta soleggiata, senza un angolo d'ombra, in una immensa luce calda, era quasi deserta; nessuno ai balconi socchiusi, riparati dalle lunghe persianelle verdi; nessuno fuori le botteghe. Qualche vettura da nolo s'era arrestata a uno sbocco di via; il cocchiere, accovacciato dentro, sotto al soffietto alzato, sonnecchiava; il ronzino sfiaccolato, che le punture acute delle mosche irritavano, scalpitava sul selciato.

Tore il cantastorie abitava in un palazzetto vecchio di centinaia d'anni, di faccia al mercato delle frutta. La finestra, dalle imposte tarlate di cui il sole avea mangiato tutta la pittura, era chiusa; in un vaso rotto, sul davanzale, una pianticella di margherite inaridiva. Don Peppe si fermò ansante innanzi al portoncino, levò il capo, gridò due o tre volte:

— Tore! Tore!

Nessuno rispose. Allora raccattò una pietra e si mise a battere al portoncino facendo un fracasso del diavolo.

La finestra si spalancò, sbatacchiando. Mise fuori il capo Tore, che stava facendo la siesta, e guardò giù nella via.

— Chi è? — chiese, con la voce rauca e indispettita.

— Io, — rispose don Peppe, col naso per aria. — E vengo per quell'affare che sapete....

— Quale affare?

— Volevo domandarvi.... Scusate.... Rinaldo è scampato?