Vi fu un silenzio. Lui ingollò un boccone, passò la salvietta sulle labbra e soggiunse col cucchiaio levato:
— E ha fatto cose belle, sangue di Dio, cose belle, belle assai!...
In guardina
. . . . . . . . . . . . . .
Aggio fatto n'ato penziero
arrubanno nun vogl 'i cchiù,
Vaco sempe carcerato
'A casa 'e mamma n'a veco cchiù!...
Canzone di carcerati.
Ciro lo arrestarono l'ultima sera di dicembre. Fu un siciliano magro e caparbio dell'ambulanza notturna; gli aveva messo l'occhio addosso da quando successe l'omicidio di Carmine il rosso che nessuno mai ne seppe niente e il delegato del Pendino si mordeva la polpa delle mani, sfogandosi con gli appuntati che andavano acchiappando chi meno ci aveva che fare. Ora il siciliano s'era pigliato la rivincita e bisogna dire che l'aiutasse il diavolo del paese suo con quel Ciro che gli sgusciava sempre dalle mani come un'anguilla. Lui quella sera se ne andava assaporando un sigaro, col cappelluccio di sghembo e il bastone animato sotto al braccio. Di colpo sentì un correre precipitoso, un grido: arresta! arresta!, e Ciro gli venne proprio di faccia che divorava la via. Era stato un bel colpo, altro! Aveva strappata la catenella d'oro a un grosso borghese, che giunse poco dopo affannando e non potette raccontar nemmeno come fosse andata la cosa, tanto la voce gli s'era affiocata pel gridare che aveva fatto.