— Chi è? — disse Ciro. — Sta zitto.... Per lo meno crederanno che t'ammazziamo.... Dove sei?

— Qua, — piagnucolò il ragazzo senza muoversi. — Non ci vedo più.

— Si capisce, — fece Ciro con la voce ridente, a rassicurarlo. — O che vorresti aver gli occhi del gatto, tu? Non aver paura, dammi la mano che ti metto sul tavolaccio.... Come ti chiami?

— Peppino, — balbettò il monello nell'oscurità.

— Va bene.... Hai sentito?... Peppino? Dammi la mano....

Quello gliela stese; tremava tutto. Ciro lo tirò dolcemente sul tavolaccio e lo allungò nell'angolo, mettendogli la giacchetta sotto alla testa.

— Va bene? T'ho fatto anche il cuscino. Ora hai paura?

— No, — disse il ragazzo, guardando innanzi a sè nel buio, con gli occhi spalancati.

Poi a poco a poco, nel silenzio, il sonno li vinse. Quello della panchetta non s'era più mosso, russava con la testa abbandonata, le braccia in croce, le gambe stese, nel suo cantuccio, sotto alla finestra. E non vi fu più un rumore; solo dal cortile saliva di tanto in tanto il suono cadenzato e secco del passo della sentinella sul selciato.

Ciro per un pezzo era rimasto a occhi aperti, allungato sul tavolaccio accanto al fanciullo dormente di cui gli passava sul viso l'alito tepido in un respiro debole ed eguale. All'ultimo pigliò sonno anche lui. Ora tutti e tre dormivano. Dal finestrone di faccia, sgusciando per una larga strappatura alle stecche della gelosia sgangherata, un vivo chiarore di luna entrava nella camera, risalendo dolcemente per la parete. E, in quella tenera incertezza di luce che li lambiva appena, ondulando, le faccie impallidivano lucenti di sudore, con le bocche schiuse, le sopracciglia stese, le narici all'aria, nere e profonde. Immoto, una mano aperta sul petto, il fanciullo sorrideva, sognando di sguazzar nelle pozzanghere ove i compagni cadevano a spintoni, impoltigliandosi come porcelli. Nella notte triste della stanzuccia immagini di bimbo aleggiavano rapidamente in una luce indefinibile. Tornavano col sonno al piccolo dormiente le care ingenuità d'infanzia, pure e serene in quel torpore di malizia sopita.