Seguirono delle giornate angosciose a questo tramonto. La desolazione della via era opprimente, ne' silenzii delle fredde mattinate, ne' silenzii del pomeriggio, ne' silenzii delle serate lunghe, insopportabili. Oh, romore! Ella era venuta di laggiù, da San Marco ai Ferrari, una via tutta romore, una via chiassona, che si svegliava col sole e rideva tutto il giorno. Nell'orecchio le era rimasta la gaia voce d'un vecchio, uno di que' ramai che martellava le pentole e ci cantava su le canzoni del quarantotto. Le rimaneva nell'orecchio la distesa svenevole che saliva fino alla stanza sua:

Comme chiagneno 'e ffigliole

ch'hanno perze 'e nnammurate!...

e il tintinnio del rame sotto a' colpi, che pareva canzonasse, come l'antica allegria di quel vecchio. Qualche circostanza, a cui non aveva prestato che un'attenzione momentanea, ora pigliava rilievo, l'afferrava senza più lasciarla, tornandole continuamente alla memoria. Erano proprio bambinate, ma ecco, mai più avrebbe dimenticato il gran vitello squartato che il beccaio di faccia aveva appeso a' ganci sotto l'insegna, in una gioconda domenica di agosto: un enorme pezzo di carne che sbarrava la bottega e sul quale, di tanto in tanto, si posava la mano grassoccia della moglie del beccaio, la mano tutta anelli di Grazia Jacono. Una vespa roteava attorno a quella carne, ronzando. Poi un grido: il grido lungo di un garzone di caffettiere che la mattina andava attorno con lo scaldino e le chicchere: 'O cafettière! E la nenia di Malia, seduta all'angolo della via dietro la caldaia delle ballotte: e quel lamento così languido, così penetrante del luciano che vendeva i polipi....

Ah, sì, tutto ricordava, tutto ella rivedeva e quasi riudiva. Rivedeva suo padre, don Michele, co' gomiti sulla balaustra del balconcello, sotto i festoni delle sorbe a mazzi e dei poponi, con la pipa lunga in bocca, con le babbucce ai piedi.... Quanto sole laggiù! Le sorbe maturavano a momenti, l'odore de' poponi saporiti entrava nella cameretta, e don Michele, dopo pranzo, si metteva al vecchio cembalo e cantava l'aria della Sonnambula con la sua stanca voce di baritono: Ah! non credea mirarti, sì presto estinto, o fiore!...

Or ella si fermava sulle parole che pareva fossero fatte per lei. Via, era morto tutto! Sì presto estinto, o fiore!... Certe emozioni invernali, certe paure del buio, certi strani sgomenti cominciava a provarli ora. A volta le gambe le si piegavano e sentiva al cuore, col respiro che le veniva meno, come la trafittura d'uno spillo. Che silenzii, che silenzii! Addio! Tutto era morto, tutto! E moriva pur lentamente l'anima sua in questo ritiro ove non aveva eco la vita esteriore, ove il suo amore troppo casto di sposa borghese, di fanciulla destinata alla famiglia, languiva senza sfoghi, senza ribellioni, senza impetuosità. Quella casa era acconcia piuttosto a un folle amore, a una solitudine breve di amanti nevrotici, forse a uno scioglimento drammatico d'amore! Era fatta per altri. Questo suo era semplicemente un tedio in cui s'avvicendavano ore di sconforti nuovi, di terrori inesplicabili, che ricordava d'aver provati la prima volta che fu chiusa in collegio, a Sant'Eligio.

Triste sorte, era una triste sorte. Eppure, accanto all'uomo che da un anno era suo marito, ella non osava chiamarsi infelice. Ella si salvava nella immensa bontà di questo afflitto che pareva le aprisse le braccia a raccorvela piangente. Fino allora nessuna insofferenza scambievole, mai. Si volevano bene. Ma in questa casa, ove un rovescio di fortuna li aveva ridotti, ove pagavano una pigione modestissima e soffrivano scarsezze che nessuno sapeva, si sentivano troppo soli, troppo soli — da un anno.

Una sera, lei che era venuta a sedergli di rimpetto mentr'egli ricopiava, sotto alla campana verde del lume, un processo di fallita, levò la testa dal ricamo e, lentamente, col dubbio nel sorriso timidissimo, mormorò:

— Avrà fatto un anno, da quando siamo qui?

— Eh? — fece lui, levando gli occhi da una cifra.