Nella cameretta di Carolina rimase a lungo e ne uscì con la cuffia di traverso, con le ciocche grigie dei suoi capelli scomposte, tutta seria di fronte a quell'avvenimento in cui erano scomparse le sue riserve, al cospetto di costei che le ricordava le figlie.

— Un maschio.... — annunziò sottovoce, minacciando con la mano l'impiegatuccio, come se ammonisse un colpevole.

Egli, in piedi, accosto alla tavola, sorrideva nervosamente, e passava la pezzuola sulla fronte sudata. Non poteva parlare. All'improvviso la trasse bruscamente da parte, rovesciò una seggiola e si precipitò nella piccola stanza da letto.

La vecchia, rimasta sola, girò gli occhi intorno, esaminò la camera, esaminò i mobili da presso, rialzò e rimise a posto la seggiola caduta. Le tornavano le sue curiosità di vicina, alimentate sino allora, giorno per giorno, dal mistero di quei pigionali, di cui le rimanevano ancora sconosciute le abitudini. Un'occhiata all'altra camera l'aveva pur data nel primo momento di calma; era una camera piccola, pulita, col letto d'ottone a colonnine, con una grande immagine della Vergine a capo al letto. Non aveva potuto capir bene se fosse l'Assunta o l'Immacolata. Due tappetini a' due lati, un armadio di faccia, un cassettone accosto al balcone. Senza un mobile per la toeletta; questo la meravigliava. Ma dietro la porta, uscendo, aveva visto appesi uno specchio e un tovagliuolo. Quest'altra camera, ove si trovava ora, era più sprovvista; appena un divano rosso sotto una gran carta geografica, un tavolinetto davanti al divano, con su il canestrino del lavoro, tra due pastorelle di gesso dipinto, e alla parete principale la fotografia di un quadro che rappresentava Gounod che scrive il Faust.

La vecchia si mise gli occhiali per leggere quello ch'era scritto a mano, sotto il titolo stampato. Lo scritto diceva: All'egregio maestro Michele Fioretti, l'autore. Dopo un esame accurato, ella argomentò che uno dei tre ritratti messi in fila sotto la fotografia dovesse essere quello del padre della signora: le rassomigliava assai nella linea fine della bocca, e negli occhi scuri ed espressivi. L'altro ritratto di chi era? Forse della madre. Sì, sì, la madre, si capiva. Del terzo non seppe pensar nulla. Qualche amico di casa o un fratello. Poi lo saprebbe.

Allo scendere, dopo i caldi ringraziamenti dell'impiegatuccio, parlò di tutto questo al marito, un gottoso confinato nella sua poltrona, con sulle ginocchia un eterno scialle di lana. E per mezz'ora gli rifece l'inventario, girando attorno per la camera, osservando che quella casa al terzo piano avrebbe fatto per loro e che vi si pagavano sei lire di meno al mese. Glie lo aveva detto la signora. E sarebbe stato bene se si fosse fatto amicizia con quelli di sopra; ottime persone, si vedeva. La signora era una bambina, proprio una bambina; aveva avuto vergogna di lei, poveretta, non aveva detto nemmen quattro parole, da principio. Poi a poco a poco.... Bisognava frequentarsi. Un po' loro da quelli del terzo piano, un po' quelli da loro. Aveva visto un ricamo a uncinetto attorno a una pezzuola, sul letto. Lo voleva imparare.... Ora cominciavano le serate lunghe d'inverno; si sarebbe rimasti in compagnia fino alle dieci.... Quanto credeva lui che potesse guadagnare al mese l'impiegatuccio?...

— Mah!... — fece il vecchio, seccato.

Leggeva il Templario di Walter Scott, con una mano spiegata sul gran fazzoletto scuro che aveva appeso a un bracciuolo della poltrona.

— Un centinaio di lire, — borbottò la vecchia. — Forse anche meno....

— Quando lo rivedrai — disse il vecchio, interrompendosi con una piccola tosse stizzosa, — dimandagli se gioca al mercante. La sera potremmo giocare al mercante....