— Hai capito? — proruppe, ritta sulla scala, tremante, rossa d'emozione e di vergogna. — Hai capito? hai capito? Ora hai capito, va; questo è, questo volevo dirti!...
Egli era rimasto stupefatto, non sapeva che rispondere.
— Senti.... — mormorò.
Ma su per la scaletta ella ora fuggiva, senza voltarsi, lasciandogli la sua confessione.
— Corpo di Dio! — fece lui quando fu solo. — Ah, corpo di Dio!...
E rimase lì impalato, guardandosi le punte delle scarpe, col pugno chiuso sul bastoncello che si piegava ad arco.
Il sole arroventava quell'ora di canicola. Lontanamente uno strepito sordo di ruote, uno schioccare di fruste, un tintinnio aspro di campanelle rompevano il silenzio della via che il giorno festivo lasciava quasi deserta. L'acqua nel porto luceva come l'oro sotto ai bastimenti ancorati. E sino a Capri, perduta vagamente in un vapore luminoso, una larga striscia gialla si stendeva sul mare seminandolo di pagliuzze irrequiete.
Bianchina quando fu nella sua camera aperse la finestretta. Le mancava il respiro, aveva una stretta alla gola, l'aria le veniva meno. Sedette alla sponda del lettuccio poggiando un braccio alla spalliera, lasciando cader la testa sul braccio. Lungamente i suoi pensieri tennero dietro alla scena di poco prima. Ella, facendo uno sforzo per rimaner calma, si chiedeva che sarebbe successo, poi. Che farebbe lui? Ora glielo aveva detto, lui aveva capito; era una disgrazia immensa, irreparabile. E lei che farebbe? Lei che farebbe? Degli urli di collera e di paura le si spegnevano nella strozza: serrava le mani fortemente, torcendosele.
— Dio mio! Dio mio! — mormorò.
Ora dalla stradicciuola salivano un accordo di violino, il suono rauco d un trombone. Ella andò a guardare alla finestra. Erano quei due cantastorie, con la gobbetta che suonava la chitarra. S'erano seduti con le spalle al muro; la gobbetta aveva sotto al braccio un fascio di fogliettini sui quali era stampata la storia che stavano per narrare. Quello del trombone guardava per aria e soffiava nello strumento.