Quand'ebbe finito, strofinò sulla fasciatura due ciliege, spremendone il sugo, sporcandola di una macchia rossa che pareva sangue.

— E una, — disse.

Carmela stendeva il braccio, sorridendo. Era una piccola grassottella scapata, con i capelli biondicci, con la bocca rossa fatta per ridere e per mangiare.

— Oh! aspetta! — disse a un momento, — qui no, qui ci ho l'anello.

Infatti, si ricordava, al dito mignolo della manina aveva un cerchietto di stagno, una galanteria che voleva mostrare. Stese l'altro braccio e si lasciò fare tranquillamente. All'ultimo le due piccole fasciarono Peppina.

Così le tre minuscole mendicanti si facevano storpie. S'avviarono. Per le vie popolose e affaccendate di Porto allungarono il passo senza chiedere; i piccoli affari, l'occupazione della vendita e delle compere non potevano distrarre i passanti. Le urtavano, se le toglievano di fra le gambe con una spinta, non le guardavano nemmanco. Solo Peppina nella piazza si mise dietro a un marinaro russo, che arrotolava una sigaretta, camminando con le gambe allargate. Lui da prima le sorrise bonariamente, guardò il braccio ch'ella stendeva tutta piagnucolosa, le borbottò qualcosa in una lingua che lei non capì.

Carasciò! — fece Peppina, chiamandolo con la sola parola russa che i monellucci conoscono, — guardate, carasciò, mi son fatta male alla mano, non posso lavorare....

Il marinaro le accarezzò i capelli, tornò a sorriderle, le offrì la sigaretta....

— Grazie, — disse Peppina, — non so fumare, dammi un soldo.

Gli s'afferrava alla giacchetta, le dava delle strappatine, invogliandolo, con gli occhi supplichevoli.