— To', eccoti un soldo.
Le sue piccole labbra febbricitanti toccarono lievemente le mie. Il secondo soldo scomparve, con la manina in cui era stretto, sotto le coltri.
— Ah, signorino, — mi disse Fortunata presso la porta, — il piccino è molto malato! Dice il medico che l'ha visto, ch'egli ha male ai polmoni. Il primo figlio, signorino mio! — e le lagrime le lucevano agli occhi. — È una sventura grande! Avete visto com'è serio?
— Via, fatevi cuore, è bambino e guarirà. Ha il suo babbo, è vero?
— È andato via. È marinaro. È partito per pescare il corallo, con tutta la paranza. E torna di qui a un mese, signorino mio. Per quel figlio è pazzo, se sapeste!...
La lasciai così, che piangeva silenziosamente sul limitare della casuccia, con le braccia penzoloni, gli occhi a terra.
Tornato alla dimane, con una bella giornata di sole, ricominciai il mio lavoro. Il modello mi si dimostrava più amico, arrivava perfino a sorridermi. Quando rimisi la tela appoggiata al muro e stavo per licenziarmi, egli mi fece con la sottile vocina:
— Vulite 'o vasillo?
Io gli detti un altro soldino. Questa volta ebbi due piccoli baci su tutte e due le guance. Mi volsi, uscendo. Egli mi salutava con la mano, levando il braccio nudo, sorridendomi.
Dopo una settimana avevo finito. Ero contento; il ritratto m'era venuto somigliante non pure, quanto assai giusto di colore e d'intonazione. Il bianco dei cuscini col sole.... Ma via, io non mi voglio fare delle lodi. Ero contento, ecco, ero contento della mia settimana. In tutti quei giorni il mio piccolo amico s'era più stretto a me con tutte le ingenue espansioni infantili con le quali la fanciullezza trattiene una mano carezzante e un dolce amore pietoso. Ogni giorno, all'uscire dalla stanzetta piena di sole, fingevo di scordarmi della sua offerta, per sentire subitamente la vocina di lui, balbettante: