—La luce?…—-ripetè la povera donna interrogando trasognata.

Agenore le venne presso, le strinse la mano, volle dire qualche cosa e non potè dir nulla.

—Speriamo,—balbettò Ernesta come fuor di sè,—speriamo, bisogna farci coraggio….

—Giusto,—rispose Agenore,—è quello che volevo dir io…. speriamo, bisogna farsi coraggio….

XXI.

La luce.

Il medico aveva ordinato il buio, l'immobilità, il silenzio.

Adagiato l'infermo nel letto, sopra un monte di cuscini, per sei giorni non doveva più moversi, nè per sei giorni parlare o cibarsi d'altro che di minestrine. Le imposte della finestra furono chiuse sì che a stento gli occhi avvezzi potevano vedere il nero profilo degli oggetti. Un'ombra, non una donna, vagolava assiduamente in quel buio—Ernesta, col cuore traboccante, col labbro muto.

Più volte in uno stesso giorno la porta di quella camera si apriva lentamente, un'altra ombra colossale chiudeva il vano, stava un istante immobile, poi si accostava al letto sulla punta dei piedi, un bisbiglio sommesso rompeva quell'aria muta; allora Leonardo sospirava dal suo letto per farsi intendere; non gli si rispondeva: l'ombra si muoveva poco dopo, la porta cigolava un'altra volta—Agenore se n'andava com'era venuto.

Silenzio.