A quando a quando l'infermo chiamava sottovoce:—Ernesta?…—

Accorreva essa e gli ordinava con un bacio:—silenzio!—

Quanti fantasmi luminosi in quel buio, quante parole confortatici mormorate da invisibili creature!

Le ore scorrevano lente, il cuore della povera donna le misurava con un battito tranquillo.

Sentiva una vigoria insolita, le pareva d'essere come una fortezza chiusa, in cui non potesse entrare alcun affanno; e se uno, insistente, se ne affacciava ogni tanto, ella vedeva accorrere mille giocondi pensieri a cacciarlo, ed assisteva come impassibile a quella breve lotta. Non sapeva altro che sperare, altro non faceva che sognare ad occhi aperti.

Il buio della camera era per lei come un velo nero, dietro cui si nascondesse la felicità.

Cessato lo spasimo della ferita, Leonardo chiamava ogni tanto la sua compagna—e la poveretta era, ratta a chiudergli le labbra colle labbra.

—Sai? Ho visto la luce! disse una volta l'infermo, ribellandosi al savio consiglio; mi è sembrato di vedere i colori; non sono più cieco!

—Zitto! Zitto!

—E vedrò te, mia bella!…