—Zitto….—
Tornava il silenzio.
Mille fantasmi ridenti accorrevano ad ingannare il tempo lungo.
Per ore intere al capezzale del marito, una mano di lui stretta nelle proprie, Ernesta rimaneva immobile nella contemplazione della tranquilla festa dell'avvenire. Si vedeva al braccio di Leonardo non più cieco, essa colla faccia rivolta in su, egli col capo piegato teneramente verso di lei, e vedeva due sorrisi d'amore scendere e salire per le fila tese da due sguardi d'amore.
Camminavano sopra sentieri appena tracciati sull'erba dei prati; le farfalle, gli uccelli, le piante, li guardavano attoniti, e quante creature avevano un movimento s'inchinavano a salutarli, e quante avevano una voce intonavano un inno. Un mondo ignorato si schiudeva ai loro cuori, comprendevano la gran festa della fiducia senza reticenze, dell'amore senza civetterie, del sentimento che non ha ridicole paure, della poesia che ripudia ogni inganno di metafora o di rima.
Guardavano in faccia agli spettri temuti, la noia, la sazietà—parole vuote dovunque non entra spasimo o febbre.
Così fantasticava Ernesta; e un sorriso dolcissimo, che s'indovinava sulle labbra dell'infermo, diceva che così pure fantasticava Leonardo.
Dal di fuori, attraverso le imposte serrate, giungeva talvolta affievolita la nota dello stornello, unica voce dell'immensa natura. Allora Ernesta si sentiva voglia di correre a spalancare le finestre, di lasciar entrare l'aria, la luce, i canti semplici, e di gridare alle innocenti creature la buona novella…
Silenzio!… Bisogna star paghi alle visioni della cameretta, al tranquillo tripudio del cuore. Un giorno ancora!… Silenzio.
Il suo posto favorito era al capezzale dell'infermo, dove poteva vedere il sorriso di Leonardo. Aveva un modo così dolce di sorridere Leonardo! Non mai per lo innanzi se n'era avveduta. Quel sorriso era un madrigale; e chi sa quante volte gliel'avea visto sulle labbra senza saperlo leggere!