Dirà chi legge: «lo sciagurato dottore non pensava alla bassezza che stava commettendo?» Sissignore, ci pensava, e rispondeva a sè stesso press'a poco così:—Il volgo profano direbbe che io sto commettendo una bassezza; ma di grazia a chi, tranne a Dio misericordioso, può recar dolore questa bassezza che a me deve dare la mia porzione di paradiso?—

Prima di scendere dietro i monti, il sole, mostrandosi tra nugolo e nugolo, spinse un ultimo raggio attraverso il fogliame lucente della magnolia per salutare la coppia ciarliera—e la trovò mutola. Agenore stringeva fra le sue una mano della bella, e la bella lasciava fare: pareva distratta, passava ogni tanto la mano libera sulla fronte come per allontanare un pensiero insistente—pensiero insistente non importuno, lo diceva la benigna languidezza dell'atto con cui veniva respinto.

Per la prima volta dopo le disillusioni matrimoniali, il quesito dell'avvenire si proponeva ad Ernesta in una forma nuova. Stretta dagli impacci del decoro all'uomo che l'aveva sciolta di buon grado dagli odiosi vincoli del codice, che cosa doveva essa a colui che era stato suo marito e di cui ancora portava il nome? Nulla, nulla. Una voce ferma, sicura, spontanea come un istinto, una voce che non poteva ingannarla, le ripeteva sdegnosamente:—Nulla, nulla.—Far d'una casa un nido, ecco la sostanza delle giuste nozze; il rimanente è finzione, è formula, è apparato per aggiungere solennità al vincolo. Volte le spalle al nido, lasciata solitaria e fredda la coltre che doveva essere scaldata dall'amore, più nulla vi dovete a vicenda—siete liberi; se Leonardo è come morto per te, dovrai tu ridurti ad una vita monastica, non palpitare più d'alcun affetto per non appannarne il decoro? E quale decoro? Quello d'un ricco vagabondo che ozia al Caffè od al Circolo, che sbadiglia o dorme, o cena colle ballerine?

Ah! giusto! La società sarà ferita nel cuore se tu osi profanare un nome così bello, una vita così preziosa!

Ernesta passava una mano sulla fronte; Agenore le sorrideva come un elemosinante che aspetta.

E un eco del mondo, rompendo le voci dispettose della coscienza, giungeva fino a lei così:

«Ah! Non a Leonardo tu vai debitrice, ma a te medesima!»

Taceva l'eco.

«Certo, ripigliava a dire una voce beffarda, in nome della virtù tu sei debitrice a te stessa d'un supplizio lento; domarti, vincerti, stringere il cuore come in una morsa, reciderti i nervi, soffiare il gelo nel tuo sangue, dimenticare che hai vent'anni, e che a vent'anni si ama e che la bellezza è un dono per farsi amare—questo tu devi a te stessa. Dovrai esercitare il lampo dello sguardo e del sorriso a velarsi, a nascondersi, oppure ad accendere fuocherelli che ardano solitari e si spengano per mancanza di alimento; se il tempo è pigro, ti parrà forse men pigro occupandolo nelle finte battaglie dell'amore, nella scherma della civetteria. Sei giovine, bella, ardente, fantastica. Sappi comporre la tua gioventù ad una senilità precoce, fa della bellezza una mostra, un trastullo della tua vanità, dà al fuoco le apparenze del ghiaccio e fantastica di là dal mondo una vita che non assomigli a questa. Così sarai riverita, onorata, stimata, e gli uomini e le donne che banchettano ripeteranno il nome tuo come quello d'una digiunatrice da proporre a modello…. agli altri.»

Ancora Ernesta passava una mano sulla fronte, ed ancora Agenore le sorrideva.