VII.

Voci della campagna.

Quando fu sola, si tenne un istante immobile, ad occhi chiusi, con una mano sul petto come per raccogliersi, poi andò a sedere sopra una panca di legno, in un padiglione che dominava la casa. Pensava… Non mai quell'idea erasele presentata con tanta evidenza come ora; soleva anzi sorriderne come d'una fantasia superstiziosa, accoglierla come un amico strambo che non si sappia indursi a respingere. Già aveva detto: «chi sa? può essere.» Ora le veniva sulle labbra: «È lei!» Lei, vale a dire sua madre, a cui era stato finalmente concesso di comunicare colla figlia per mezzo d'uno stornello! Era la rivelazione tante volte promessale dal suo spirito famigliare, era il vagheggiato dubbio fatto preziosa certezza… perchè l'aveva proprio sentita vibrare in fondo al petto la nota voce!

Le batteva il cuore frequente, si sentiva forte d'una baldanza insolita che si mesceva ad una insolita tenerezza, e guardava innanzi a sè fantasiando. Una sfinge, che si sollevava e si abbassava tenendosi sospesa sul calice dei fiori, le passava rasente e già era lontana, lieta del suo bottino; un frosone tardivo attraversava l'aria frettoloso, senza perdersi in ciancie; un'allodola piombava dall'alto come un corpo senza vita, a poche spanne da terra, allargava le ali ed andava a nascondersi fra i solchi; i pipistrelli uscivano dai fessi e si disegnavano come alati sgorbi nell'ombra. Dovunque Ernesta figgesse l'occhio, si accendeva una luce; ad una ad una si affacciavano le stelle, in ogni zolla balenava il segnale amoroso delle lucciole. I grilli venivano sul limitare delle loro gallerie a trillare a gara, i ranocchi terrestri dall'alto degli alberi facevano la parodia dei passeri, ed in lontananza il cuculo provava la sua terza minore.

E la sfinge e il frosone e le lucciole e i grilli e perfino le rane ed i pipistrelli erano i messi della Natura e recavano tutti la stessa ambasciata: «salute!» lo stesso consiglio: «rimani con noi;» lo stesso conforto: «qui è la pace infinita, qui s'abbreviano le vie che dalla terra conducono al cielo, qui si palpita dell'eterno amore, si contempla l'eterna bellezza, si ode l'eterna armonia.»

Gli stornelli, geometri alati, disegnavano ancora nell'azzurro cielo i loro circoli neri, componendosi a varie forme, ora triangoli, ora rettangoli, ora quadrati; ad ogni viaggio si posavano sul tetto della palazzina, si vedeva un brulichio d'ali, si udiva un ciaramellio confuso: «vieni qui» «no, là» «sotto quella tegola» «in quel vano» «te la fa.» E poi uno scoppio di risate, seguito da un nuovo volo della carovana decimata. Ad ogni volta i viaggi divenivano più brevi e le figure geometriche più piccine; finalmente gli uccelli si posarono un'ultima volta sul tetto e nissuno più ne partì. «Ci sei?» «Ci sono.» «Buona notte!»

E le ombre si addensavano, e le stelle ammiccavano più fulgide, e i grilli trillavano più forte, e il cuculo inanimito appaiava più di frequente le sue note.

E quando quelle voci tacevano un istante per ascoltare, la Natura ne sprigionava altre mille per mandare un messaggio ad Ernesta. «Salute,» le diceva il venticello blando baciandola sulle guancie e tentando di scioglierle i capelli. «Rimani qui» ripeteva una frasca sospinta sul viale; e la voce solenne che si levava dal lago e la solenne voce dei boschi che scendeva dalle montagne si accordavano a dire: «Qui si contempla l'eterna bellezza, qui si ode l'eterna armonia.»

Ernesta fantasticava sempre: oh! vivere sotto il tetto che era nido agli stornelli, nella solitudine che affina i sensi, farsi della sfinge l'amica del crepuscolo, dei grilli e delle rane gli amici della notte, dell'usignuolo l'amico di tutte l'ore; ascoltare i passeri biricchini, il cuculo armonista, ricevere la visita delle farfalle e dei mosconi e passare così la vita…!

«Fino ad oggi ho vegetato, finì col dire a sè stessa, sono stata cieca, sorda, muta; incomincierò da domani a vivere, non perderò una nota, non mi sfuggirà un colore, e griderò a tutte le creature che mi passeranno vicine: «Salute, io sono una donnina felice!»