—Come sei buona!—disse l'infermo.
—Taci,—rispose Ernesta pigliando un accento di graziosa autorità; è tardi, bisogna stare in silenzio, riposare il cervello, dormire.—
Leonardo sorrise e stette zitto. Un'ora dopo dormiva, e la giovane donna, stanca delle commozioni patite, si buttava sul divano e chiudeva gli occhi mormorando una preghiera.
Era ancora notte fitta quando si svegliò; nel sonno sua madre era venuta a vederla, l'aveva baciata in fronte con un bacio lieve lieve, le aveva parlato dell'avvenire con un linguaggio di musica, e finalmente, mostrandole dalla finestra una buia via sparsa di stelle, le aveva detto all'orecchio:—Addio Ernesta.—
La bella sognatrice udiva ancora l'eco del suo nome pronunciato con un filo di voce sottile come un soffio, ed alla debole luce della lampada ricercava tutt'intorno la cara visione.
—Ernesta!—ripetè un filo di voce sottile come un soffio.
—Leonardo!—
E d'un balzo fu al capezzale.
—Ti ho forse svegliata?—domandò il cieco,—ti chiamavo piano piano per non destarti.
—Ero desta; che vuoi?