La cugina non si mostrò eccessivamente lusingata di questa tacita approvazione, e levando lo sguardo al soffitto parve invocare mentalmente la misericordia del cielo su quella testina di stoppa.

Quando Virginia fu innanzi al cieco, la sua pietà divenne mutola; stette così un bel tratto, finchè Leonardo stesso domandò chi fosse nella camera; allora facendosi forza si nominò e ripetè il fausto annunzio della visita dei coniugi Rinucci; poi si guardò intorno cercando argomenti, e non trovandone tacque, rifece il bocchino, ripigliò il sussiego.

Poco stante Leonardo disse che voleva levarsi da letto; Ernesta chiamò Bortolo perchè aiutasse il suo padrone a vestirsi e fece atto di uscir dalla camera, preceduta dalla cugina; ma quando costei era già per metà fuori dell'uscio, essa tornò frettolosamente al capezzale del marito a dirgli con voce sommessa:

—Vuoi nulla da me?

—Nulla.

—Sono nel salotto; quando chiamerai, verrò.

—Grazie,—rispose Leonardo.

Nello stesso tempo s'intese un lieve grido dietro l'uscio che si riaprì; apparve il dottor Agenore. Aveva la faccia arrossata, non salutò nemmeno Ernesta ed entrò in funzione ex abrupto domandando all'ammalato il polso e la lingua.

Che cosa era avvenuto?

Ecco: il dottore Agenore entrava dall'anticamera piena di luce nel salotto, in cui si faceva di buon mattino la guerra al sole; era giunto tentoni fin presso all'uscio che metteva nella camera del cieco, quando l'uscio si aprì ed apparve una figura femminile.—Abbracciala, se no ti scappa.—Ed egli aveva schiuso le braccia per tirarsi sul petto la bella. Ma la bella, che veniva da una camera più oscura, vide l'atto, ne comprese l'intenzione, e diè indietro gridando al par d'una tortora spaurita. Il dottor Agenore riconosciuto l'errore stette un istante a braccia aperte come un crocifisso, e nella confusione finì alla meglio l'atto, stringendo con soverchia cordialità le due mani dell'amabile Virginia Rinucci.—Scusi…. buon giorno… come sta?—disse, balbettò, spinse l'uscio e si pose in salvo.