—Sul tavolino un albo di ritratti, un grosso albo con coperta di tartaruga e fermagli dorati.

—L'albo ci era, ma non ci è più; ha mutato posto…. ora è sul tavolino di mezzo…. innanzi.—

Il suono del campanello interruppe il curioso inventario; Ernesta volse gli occhi all'uscio d'ingresso e Leonardo si tenne immobile nel vano della finestra.

«È Agenore,—diss'egli appena udì il rumore dei passi nell'anticamera, e subito dopo aggiunse:—non è solo.»

Era in fatti Agenore accompagnato dal dottor Q… oculista celebre.

La festicciola scherzosa finì. Si cancellò dai volti melanconici quel pallido riflesso di gioia, e l'inquietudine tornò a battere al cuore di Ernesta più forte che mai, e la rigidità della sventura incatenò ancora le membra del cieco.

Stava per aprirsi uno spiraglio nell'avvenire.

Il dottor Q… entrò, fece un saluto cortese col capo, e senza perdersi in parole inutili, sciolse egli stesso la benda del cieco per esaminarne gli occhi alla luce della finestra.

Perfino il cuore di Agenore batteva affrettato. Ernesta collo sguardo intento spiava una buona novella, un incoraggiamento, una speranza sulla faccia del dottore, il quale rimase impassibile e sereno. Solo quando ebbe rimessa la benda all'infermo, l'oculista disse queste parole:—Fra una settimana.

Un atto di contentezza di Agenore commentò la frase monca così: