—La tua materia cosmica eterna mi pare sorella del caos dei credenti; il tuo ignoto di genere femminino, che chiami forza, mi pare parente prossimo dell'ignoto, di genere mascolino, che mia moglie chiama Dio, Quanto ai nervi, alle fibre, ai vasi, ho paura che tu confonda la vita, gli affetti, i pensieri cogli stromenti dei pensieri, degli affetti, della vita.
—Sono le solite risposte degli spiritualisti; non hai trovato nulla di nuovo.
—Se le ho trovate alla prima, appena mi sono fermato a pensare, non hanno da essere rare nè curiose; ma l'averle trovate alla prima non significa forse che sono vere?
—No, significa solo che sono volgari.
—Senti, Agenore mio, tu non sai che cosa sia vivere due lunghi mesi nel buio, nel vuoto, tu non sai quanto si acuiscano i sensi, e che parole si odano nel silenzio, e che immagini si disegnino nel fondo nero. Non lo senti tu mai, nel mezzo della notte, quando tutto tace, quando nulla ti distrae nell'insonnia, un bisbiglio sommesso, un linguaggio che non è della vita e che pure tu comprendi? Non vedi fisonomie note e non prima vedute, manine che si allungano nel vuoto a carezzarti? Sei là, piccolo, debole, nell'immenso vuoto, nell'immenso buio, e non hai paura… qualche cosa di te si allontana nello spazio, non si perde, ritornerà per dove è partita, nel raggio d'una stella, come in un sentiero tracciato… Tutto questo, Agenore mio…
—Tutto questo, Leonardo mio, è buon indizio; prova la sensibilità della tua retina, la forza del tuo nervo ottico; tu continui a guardare ed a vedere senza servirti della pupilla oscurata; ecco il mistero.—
Il cieco sorrise.
—Dov'è ora Ernesta?—domandò poco dopo.
—Si è curvata a guardare una pianta… pare che non la conosca… perchè continua a guardarla.
—Che pianta è?