—Eccola,—disse Leonardo, ed aggiunse con accento di preghiera: «non ora, non ora.»—

E il dottore, che già si era mosso per andare in salotto, si fermò dinanzi all'uscio.

Entrò Ernesta e sorrise; entrò la signora Virginia
Rinucci e chinò gli occhi a terra.

Agenore si credette in dovere di fare un saluto; ma la vergine arrossì. E per un quarticino d'ora, ad ogni volta che al dottore senza avvedersene accadeva di guardare la signorina o di rivolgerle la parola, la signorina arrossiva e chinava gli occhi a terra.

Agenore trovò quel quarticino d'ora eterno, sebbene lo spendesse a studiare coscienziosamente l'organismo del pudore, e finì ad andarsene dicendo che con un organismo simile era un peccato che la signorina Rinucci rimanesse zitella, e che il mondo le doveva un marito…

E in così dire rideva, il disgraziato!…

XVII.

Un sogno ad occhi aperti.

Nel giorno successivo, quando il dottore venne a visitare il suo ammalato e gli ebbe toccato il polso, fu l'ammalato che toccò il polso al dottore e gli disse sottovoce, perchè Ernesta non intendesse:—oggi no, Agenore, oggi no.—

L'amico, che non aveva dimenticata la promessa ambasceria, e ruminava anzi in mente un discorsetto per parere un ambasciatore disinvolto, comprese subito e rispose: «va bene…» Ma Leonardo non parve rassicurato, ed appena ne ebbe agio, ripetè con accento di preghiera: «Non oggi, non oggi.»