Che diancine era dunque accaduto? Il dottore almanaccava invano, guardando in faccia ora l'uno ora l'altro dei due coniugi, e quando si trovò un istante solo col cieco, domandò senza preamboli:—Che è stato, che c'è di nuovo?

—Nulla,—rispose Leonardo,—nulla… ma ci ho pensato ancora…. non oso… che dirà di me? Dillo tu, che dirà di me?

—Io non lo so davvero: che vuoi che dica?

—Dirà che sono un egoista, che non occorre molta virtù per cambiar vita, ora che sono condannato alle tenebre, e che non vi è merito, ridotto nel mio stato, ad amare un'infermiera così attenta, così premurosa, così bella… questo dirà, non è vero?

—Non mi pare…—balbettò Agenore.

—Dirà—proseguì il cieco con accento melanconico,—che io doveva aprir gli occhi quando ci potevo vedere, ed accorgermi che avevo in casa un tesoro, quando passavo il mio tempo al circolo; dirà che allora dovevo darle o domandarle amore, quando essa domandava ed offriva amore ad uno scioperato… e che ora è tardi, dirà, e non sa che farsi dell'amore d'un cieco. Non è vero forse?—

Il dottor Agenore, il quale avea dato tante prove d'eroismo, non venne meno in questa difficile congiuntura ed accettò di buon animo, mettendo sulle labbra un sorriso lievemente melanconico, la parte di confortatore.

—Non mi pare; tua moglie è buona, ha un'indole affettuosa, ha bisogno d'amare qualcuno, e…

—E chi sa se questo qualcuno sono ancora io?

—E chi vuoi che sia? Non ti accorgi della premura, con cui ti sta intorno?