Quel giorno Agenore anticipò la visita, parlò al suo ammalato con una vocina anche più carezzevole del solito, tanto da farsi rivolgere da Ernesta tenere occhiate riconoscenti, a cui due giorni prima non avrebbe forse saputo dare la giusta interpretazione.
Raccomandò questo, quello, quest'altro; non si stancò di raccomandare, e per quanto facesse il disinvolto, e ripetesse ad ogni tratto che il domani era un giorno come un altro e l'operazione una cosa da nulla, non pensava egli stesso che al domani ed all'operazione.
Prima d'andarsene raccomandò ad Ernesta, per carità facesse rispettare appuntino le ordinazioni del medico, ed accostandosi a Leonardo gli disse per l'ultima volta:
—Senti, oggi hai da stare tranquillissimo; faresti bene a prendere un purgante blando…. No? Lascia stare, non è assolutamente necessario, ma la tranquillità sì è necessaria, e la voglio. Il dottor Q…, non potendo venir oggi a vederti, ti ha affidato a me, e se domani non ti trova come devi essere, converrà differire ancora…. E ti garba l'aspettare?… scommetto di no.
—No, no,—disse il cieco,—starò tranquillo.
—Va bene, ed ora me ne vado proprio….
Ma Leonardo gli stringeva la mano e non lo lasciava.
—Vuoi qualche cosa?—domandò Agenore;—ah! ho capito!….
—No, non hai capito….—soggiunse il cieco come mormorando fra sè e sè, ma in modo da essere inteso dall'amico:—Non oggi, non oggi.
—Sta bene,—disse il dottore, ed uscì facendo un cenno ad Ernesta.