Ottenuta l’approvazione di compare Baingio e di compare Leonardo, Ciccio Maria lasciava il piano della vallata maledetta e saliva il versante opposto, che era tutto un bosco di olivastri, di faggi e di pini, in cui correva il muricciuolo di cinta; faceva il conto della rendita che poteva dare un taglio giudizioso, e finiva col conchiudere che gli dispiaceva per il conte Cosimo, il quale aveva fatto una corbelleria, senza averne colpa, ma che quanto al professore, non avrebbe che il fatto suo.
Compare Leonardo gli dava ragione, compare Baingio non gli dava torto, e Ciccio Maria si tappava la bocca colla mano per annunziare che non aveva più nulla da dire, o che non voleva dire più nulla. Non bisognava però dimenticare l’acqua sorgente, che stillava da una rupe e mandava, per vie palesi e nascoste, un ruscelletto alla pianura. Il ruscelletto era pigro e si indugiava qua e là facendo pozzanghere, da cui nel mese di agosto si alzavano le zanzare e le terzane.
Ciccio Maria era convinto di quel che diceva, ma parlando del professore Silvio, obbediva ad un segreto istinto di ribellione, e diventava maligno. Che cosa gli aveva fatto il povero Silvio? Era andato al continente a studiare il modo di coltivare la terra, ed era tornato a Sassari professore, il che significa: coll’opinione di aver molto da insegnare ai vecchi zappatori di Porta Sant’Antonio.
Così almeno si diceva, e finchè il professore non fosse andato a smentire questa diceria, domandando consiglio a Ciccio Maria, non isperasse mai di essere assolto.
Ma questa buona idea a Silvio non era ancora venuta. Egli andava e tornava periodicamente da Sassari a Castelsardo, da Sassari alla «vallata maledetta,» da Sassari a Muros, come un’anima in pena, senza che nessuno potesse indovinare perchè; ma fino a Ciccio Maria non si era spinto ancora.
Il conte Cosimo intanto viaggiava anche lui; era andato a Ploaghe, era andato a Florinas, colla giovine sposa e con Angela, aveva fatto un’apparizione fuggitiva nel palazzo vuoto dei De Nardi, un’altra nella casa di suo padre, tanto per far sapere che avendo affittato le poche terre che gli rimanevano, non era sua intenzione di venderle per pochi quattrini, come si sperava; aveva tolto di mezzo o addormentato qualche creditore, cancellata qualche ipoteca. Così assestate alla meglio le proprie faccende, aveva detto a Beatrice: — Abbiamo cinquemila lire di rendita, una campagna che, per bocca di Silvio, ci promette più d’altrettanto, e i frutti della tua dote.
Di questa dote non si era mai parlato, e Beatrice si fece rossa di piacere, vedendo per la prima volta che essa era utile, e che suo marito non si vergognava di confessarlo. E fu lieta che si mostrasse un altro aspetto dell’indole generosa di Cosimo, il quale, se peccava di debolezza quando aveva timore di affliggere gli altri, non conosceva nessuno di quegli scrupoli che offendono il matrimonio colle sembianze del decoro.
— Quanto sono felice! aveva detto la povera donnina.
— Davvero?
— Sì, davvero, sono felice di vivere in questa isola, che è una grande decaduta come noi, con questi Sardi semplici e fieri, nella mia casina che è un ninnolo, nella nostra campagna che è un paradiso.