Ah! Beatrice non sapeva che agonia sarebbe stata giungere impreparati agli sguardi curiosi, alle interrogazioni maligne, alle compassioni crudeli della gente oziosa, che in una piccola città non manca mai. Ma per sua fortuna, Cosimo esagerava le difficoltà di quel cimento, e portava seco la malìa che doveva renderlo invulnerabile: viaggiava con sua madre morta.

Si sa; non fa viaggiare un cadavere chi vuole; la locomozione per terra e per mare è un lusso che pochi morti si possono permettere. E poi, se le ipoteche e le vendite avevano aperto gli occhi alla gente, se in Sorso ed in Ploaghe nessuno più credeva al milione di casa Rodriguez, bastava la semplice venuta del conte Cosimo a guadagnargli nuove simpatie. Giudicando così, a lume di naso, qualche maligno aveva sentenziato che la casa Rodriguez era spacciata come tante altre della vecchia nobiltà, e che il conte Cosimo non avrebbe più osato rimettere il piede in Sardegna; e invece egli vi tornava come un trionfatore col suo seguito di vivi e di morti! La sera stessa del suo arrivo a Sassari, nei caffè e nello farmacie, più d’uno, commentando quell’avvenimento, aveva notato accortamente che non bisognava credere tutto quello che si diceva della casa Rodriguez; e quando il giorno dopo la contessa Veronica fu seppellita nel cimitero di Sassari, fra i cipressi che tenevano luogo della palma, inutilmente desiderata dalla povera morta, molti biglietti di visita vennero a dire al conte che la nobiltà sassarese era sorda alle dicerie maligne. Così dove Cosimo si aspettava la compassione falsa, non trovò che una curiosità inquieta. Un Ploaghese, che aveva comperato gran parte dei terreni dell’antico feudo Rodriguez, era venuto colla diligenza a Sassari, per vedere un poco; ma, poveretto! aveva visto tanto poco, che era quasi nulla.

Aiutato da Silvio, il conte, dopo una breve sosta nel principale albergo di Sassari, aveva preso a pigione una casina tra la città e la campagna, sul viale del Molino a vento, una casina piccola e bianca, non ancora raggiunta dal grosso dell’abitato; e appena erano arrivati i mobili scampati all’artiglio del Cilecca, il conte li aveva fatti disporre in modo che a sua moglie potesse qualche volta sembrare di non aver abbandonato il quartierino di Milano.

Angela e Beatrice avevano chiesto d’esser lasciate l’una all’altra, e Silvio aveva acconsentito di buon grado, perchè ciò gli risparmiava il pensiero di metter su casa in Sassari, e gli permetteva di stare gran parte del giorno in campagna.

Tutto codesto, fatto con giudizio, ma senza grettezze, era già sembrato magnifico a chi guardava la casina della strada, senza potervi entrare; fu ancora meglio quando si seppe che Silvio Boni e il conte Cosimo avevano comperato, a breve distanza dal Molino a vento, tutta una vallata splendida e insidiosa, che dopo aver buttato sul lastrico di Sassari cinque proprietari legittimi, aspettava da un anno, sotto la protezione del conservatore delle ipoteche, il corbello che volesse fare la mezza dozzina giusta.

La compera era stata fatta con regolare contratto notarile, e col pagamento immediato di quarantamila lire tonde. Quarantamila lire non erano molte, poichè la vallata era ampia, e comprendeva i due versanti della collina, per un’estensione di territorio che l’occhio stentava ad abbracciare; ma messe lì, sul tavolino d’un notaio, una sull’altra, in biglietti puliti della Banca Nazionale, avevano fatto una figura che si stenta ad immaginare, quando non si ha vissuto in una città agricola, dove, i più ricchi proprietari, quelli che possono viaggiare un giorno intero a cavallo nei propri poderi, tante volte non sanno dove metter le mani, per trovare poche migliaia di franchi.

E che diamine voleva fare il conto Cosimo, di quella vallata, che richiedeva una coltura grande per fruttare poco più di nulla? Ciccio Maria, il vecchio Ciccio Maria, che aveva cominciato zappando a giornata i campi degli altri ed ora faceva il cittadino possidente, senza smettere la berretta lunga e i calzoni a campana; Ciccio Maria, il famoso Ciccio Maria che aveva sulle dita il conto delle piante d’ulivo e dei ceppi di vite d’ogni podere del territorio, diceva chiaro a chi lo voleva intendere (e ce n’era sempre qualcuno) che il negozio del conte Cosimo e del professore era una rovina.

— Statemi a sentire, compare Baingio, diceva; la vallata maledetta io la conosco come la palma della mia mano; entrando, ci è l’oliveto; è piantato in terreno buono, asciutto, calcinoso; ma è vecchio; vi sono piante là dentro che non fruttano più che pei tordi; erano ottocento ai miei tempi, il temporale di tre anni fa ne ha spezzato una trentina; i proprietari che vi si sono rovinati ne hanno tagliato altrettante, per far legna da ardere; facciamo un conto tondo e diciamo settecento alberi di ulivo, vecchi e un po’ malandati. — Va bene? compare Leonardo?

— Va benone.

— Andiamo innanzi, compare Baingio; dopo l’oliveto, vi è la casa; di questa non me ne intendo, ma si sa che è stata una pazzia di Don Antonio Mela; una casa grande, a due piani, con troppe stanze tutte tappezzate e il bagno... il bagno!... cose da manicomio. Il tetto avrà bisogno di riparazioni, ci sarà qualche trave da cambiare, lasciamo stare... s’ingegnerà il professore. Poi vi è una gran vasca d’acqua; il professore vi metterà dei pesci rossi, immagino; poi ci è il giardino, colle due palme secolari, gli oleandri, le rose arboree, e tante altre belle cose che danno da fare al giardiniere, e non fruttano un soldo; e poi comincia la vigna; anche qui le piante sono vecchie, rare, il terreno cede ad ogni pioggia e mette le radici a nudo; il professore rincalzerà le viti e dirà al terreno di non andarsene alla vallata. Del piano della vallata non ci è nulla a dire; il grano e l’orzo vi vengono su bene, l’ortaglia ha dell’acqua fin troppa; e il frutteto dà delle frutta saporite, se però un vento di levante non infila la gola una bella mattina, e soffia la fioritura sotto il naso del professore. Dico bene, compare Leonardo?