Il conte dovette rassicurarli, protestando che avevano fatto benone.

— Qui c’è posto per tutti, disse.

— così ci ha detto Ambrogio, entrò a dire Pantaleo; in Sardegna, ci ha detto, basta andarvi colle maniche della camicia rimboccate sino al gomito, per afferrar la fortuna; in Milano erano trent’anni che rimboccavo le maniche della camicia sino al gomito, e la fortuna non si era ancora fatta vedere!

— Nemmeno da lontano, confermò il cuoco.

Quel giorno fu festa nella casina bianca.

Giovanni, impaziente di mettersi all’opera per arricchire, invase la cucina, dichiarando che il suo padrone doveva riconoscere a tavola la presenza dell’antico cuoco; e Cecchino, che aspettando di meglio ne aveva occupate le funzioni, sopportò allegramente quel sopruso e fece la sua vecchia parte di sguattero, ridendone forse troppo, ma senza ombra di rancore.

E bisognava vedere Annetta, seduta al posto d’onore, nella mensa di cucina, quando i padroni ebbero desinato; e bisognava sentire Pantaleo che le stava al fianco parlandole di Milano, di Francesco e di Stefano, e delle loro innamorate, per comprendere quante cose può dire una brava servetta stando zitta, e quante ne può dire un cocchiere felice, quando il dovere non lo inchioda a cassetta. — Giovanni intanto, cedendo alla spinta del vino generoso, scendeva dal piedestallo su cui l’aveva messo la sua pratica culinaria, per trattare famigliarmente con Cecchino.

Sì, fu un bel giorno quello; ma i giorni come quelli non spuntano tutte le mattine, come fece osservare giudiziosamente Ambrogio; il domani Giovanni e Pantaleo si preparavano ad andare in cerca della fortuna, quando il professor Silvio fece loro una proposta.

— Che cosa volete fare? chiese.

— Non sappiamo, risposero.