— I contadini stanno in città, disse il professore con amarezza; si fanno pagare bene per lavorar poco; come potranno mai persuadersi di aver torto?

— Oh! bella! — i contadini stanno in città! — esclamò Giovanni; e i cuochi in campagna! Sarà il mondo alla rovescia, ma se non altro quegli usignuoli non canteranno la sera senza che nissuno li senta.... Ascolta, Pantaleo, come cantano bene!

Sarebbe stato bello stimolare il cuoco Giovanni, e farlo diventare arcadico. Ma Silvio aveva altre cose per la testa, e Pantaleo era incapace di lasciarsi pigliare da simili tentazioni.

Un’ora prima del tramonto, Silvio fece chiudere le finestre e le porte della casa, e tutti e tre si avviarono a malincuore. Quando il cancello di legno del muro di cinta fu chiuso, Silvio si voltò a guardare ancora le belle arcate melanconiche che si aprivano sotto i vecchi ulivi.

Per un poco la strada, sassosa e disuguale, era incassata fra due muriccioli che non lasciavano scorgere se non le cime degli ulivi, il cui verde pallido aveva nell’ora del tramonto un’intonazione soavissima. Quando il sole getta le sue ultime freccie dorate attraverso i rami dell’alberatura, scende fra gli ulivi una pace melanconica e dolce, che parla all’anima meglio della prateria nordica, meglio del più splendido paesaggio tropicale.

A Giovanni, a Pantaleo, ed anche a Silvio, non piacevano i muriccioli, che chiudono i poderi sassaresi alla vista.

— A che servono? chiedeva Giovanni; contro i ladroncelli notturni, no, perchè anzi vi troveranno un nascondiglio e un riparo...

— Non servono a nulla, si affrettava a rispondere Silvio.

A questi muriccioli, che con una spesa relativamente enorme, non danno in sostanza se non lo scarso benefizio d’impedire il passo a qualche animale vagante, Silvio faceva una colpa nera. A sentir lui, è impossibile amare una campagna che pare un cimitero, un paesaggio tagliato a fette, su cui generalmente l’occhio non corre più di cinquecento passi, in nissun verso, senza incontrare un muro.

E profetava così: