Fu una faccenda spiccia che il professore sbrigò con una disinvoltura nervosa; egli mandò Pantaleo e Cecchino in due diversi punti della città a far qualche cosa inutile, lasciando Giovanni solo in cucina, coll’intera responsabilità dei fornelli, Ambrogio ed Annetta nella sala da pranzo ad apparecchiare per la cena. Stringendo la mano della contessa, e guardandola negli occhi, Silvio vi lesse, come si aspettava, che essa era informata di tutto; poco badò alla fanciulla, che guardava lui fisso, in quella sua maniera ingenua ed estatica, con cui era opinione di Silvio e d’altri che dovesse appiccare gli incendi amorosi — chiese licenza di allontanarsi un momentino, ed andò deliberatamente fin sull’uscio della sua camera. Ma qui, s’arrestò commosso.
Era dunque là quell’uomo formidabile, la cui vita veniva da dodici anni offerta come un premio a chi la volesse pigliare! Silvio se lo ricordava benissimo, il furbo pastore della sua casa; lo vedeva ancora piantato sul suo cavallino nero, col lungo archibugio a pietra focaia, allegro, audace, affezionato.
Ma rimaneva ancora un dubbio, e prima d’introdurre la chiave nella toppa, Silvio obbedì ad un istinto, e vi accostò l’occhio per vedere se l’uomo che si era fatto rinchiudere, abbandonando la propria libertà nelle mani d’uno sconosciuto, era proprio Su Mazzone. Era lui!
Egli stava ritto dinanzi ad un tavolino, su cui aveva deposto un libriccino lacero; guardava tranquillamente verso l’uscio, e teneva in pugno una pistola.
— Amici! disse Silvio, in modo da essere inteso: aprì l’uscio e corse a stringere la mano del vecchio amico della sua infanzia.
— Non sei cambiato, gli disse il bandito scostandolo da sè, ma tenendolo per mano — ho saputo che hai letto nei libri, e che ti hanno fatto professore; l’ho saputo e me ne sono rallegrato; ma credi a me, ritrovarti collo stesso cuore d’una volta mi fa ancora più piacere.
Silvio non trovava parole per rispondere. Guardava il vecchio pastore, ricercando nella faccia asciutta e nascosta da una lunga barba grigia, il bandito famoso che da dodici anni veniva facendo la parte di selvaggina nella caccia aperta dalla giustizia.
— Mi guardi, disse Su Mazzone indovinando ciò che passava nella mente del professore, mi guardi e ti domandi come può essere mai che io sia un uomo terribile.
— Non è vero, disse Silvio ridendo.
— Sì, è vero; senti.... a te lo posso dire; non sono un uomo terribile, ma sono un uomo che difende la propria libertà. Questa mia mano la puoi stringere senza vergogna, perchè non ha mai fatto del male, quando non era necessario. Se la giustizia non mi ha messo le mani addosso, non è nemmeno perchè io sia Su Mazzone canu[2], come dicono, ma perchè io sono piccolino, e la Sardegna nostra è grande. E poi, quando un uomo vuole, è sicuro di morire libero; non mi piglieranno vivo, come è vero Dio! Se poco fa, invece tua, fosse entrato il maresciallo, mi sarei fatto saltare le cervella; e tutto sarebbe stato finito... Ma qualcuno avrebbe pianto, disse, fissando gli occhi nello spazio come in un volto amato. Tu sai perchè sono venuto? ripigliò bruscamente.