— Che cosa le ordino? ripetè il Cilecca e sembrò chiederlo a quanti gli stavano intorno, compresa la contessa Beatrice, che lo guardava a bocca aperta — io non sono il medico curante, non le posso ordinare nulla; sono venuto per un negozio — per un certo negozio... il conte Cosimo ha voluto che la vedessi anch’io. Ora l’ho veduta e sono contento, perchè il negozio si può accomodare... la febbre non c’è... dunque si può accomodare.

L’occhialetto aiutava quella parlantina scucita, ma la distrazione vi metteva intoppo. Il signor Cilecca aveva fissato gli occhi sopra una gran chicchera d’argento niellato e non li sapeva staccare; all’ultimo non potè frenarsi, e accostandosi al tavolino da notte, prese la preziosa chicchera in mano...

— Mi fanno bere del brodo che non posso soffrire, balbettò l’ammalata.

Il signor Cilecca depose la chicchera con precauzione, salutò la contessa Veronica, si lasciò cadere l’occhialetto dinanzi alla contessa Beatrice, che non cessava di guardarlo curiosamente, ed uscì, dando le ultime occhiate al soffitto, al pavimento, alle pareti. Ambrogio lo seguiva come uno spettro.

Appena l’uscio si fu chiuso alle loro spalle, il Cilecca si addossò allo stipite per lanciare questa frase ad Ambrogio, il quale se l’aspettava:

— Non ne facciamo nulla.

Ha il vecchio trionfò di quell’arte sopraffina colla semplice natura.

— Sta bene, disse dispettosamente, se ne vada.

Il Cilecca si dondolò due volte e non si mosse.

— Quella chicchera d’argento niellato in cui la contessa piglia il brodo, disse con lentezza, non ce l’ho vista nell’inventario che mi ha dato.