La cena fu allegra. Alle frutta, fu mandata in giro la vernaccia di Solarussa, ma il bandito vi bagnò appena le labbra, e rivolgendosi alla padrona di casa, e sberrettandosi con una galanteria campagnuola degna dei tempi pastorali, incominciò in versi così:

Nadu m’ana cosas mannas

De tua belesa e buntade...

ma mentre tutti applaudivano al commensale, che si rivelava a un tratto improvvisatore, il poeta perdeva il filo.

— Avanti! avanti! disse Beatrice; io non ne capisco nulla, ma mi diverto lo stesso; avanti signor Efisio!

Il falso signor Efisio sembrava in ascolto, tenendo gli occhi fissi nella finestra.

— Quella finestra dà sulla strada? domandò tranquillamente.

— Sì.

Il bandito ascoltò ancora in mezzo ad un silenzio penoso, poi rise e disse: mi era sembrato d’udire il latrato d’un cane...

— Non ci sono cani, annunziò Cecchino, che si era avvicinato alla finestra; la strada è deserta.