De s’oju meu mi fido!

Angela, dilettata da questa scenetta, che le risvegliava nella mente la memoria d’un tempo in cui, bambina, assisteva alle gare dei pastori nelle feste campagnuole, e premiava i vincitori e i vinti con un bacio, fu la prima a battere le mani.

— E ora che cosa ha detto? domandò Beatrice a Silvio.

«Che sei bella lo vedo; che sei buona lo so; mi fido dell’occhio mio.»

— Grazie tante.

Ma Su Mazzone non badava più a nulla; aveva deposto sulla mensa il bicchiere di vernaccia, dopo avervi bagnato le labbra appena, e stava in ascolto.

Questa volta non vi era dubbio; un cagnuolo latrava a piè della casa.

— È Brigadiere! disse il bandito, come parlando fra sè; si levò da tavola tranquillamente, porse la mano alla contessa e le disse celiando: a nos bidere, poi tradusse egli stesso in italiano: arrivederci, baciò Angela sulla fronte, ed uscì dando un buffetto a Cecchino, che cominciava ad ammirare quell’ometto senza saper bene il perchè.

La fama poetica del bandito, raccomandata ad Annetta, era scesa in cucina e nella dispensa; Ambrogio, Pantaleo e Giovanni si trovarono per caso sul limitare dell’uscio per veder passare quell’uomo bizzarro che nessuno aveva visto venire, e che si era trovato improvvisamente commensale alla cena dei padroni. Annetta, attraverso la porta d’ingresso, parlava al cagnuolo che si lamentava in istrada, raccomandandogli di star zitto ed annunziandogli l’arrivo imminente del suo padrone; poi si voltava al suo amico Pantaleo, per osservare che i cani sono pieni di giudizio.

Su Mazzone non era punto agitato, e neppure frettoloso; egli trattenne, nel principio del corridoio, Cosimo e Silvio, e disse loro: