Ritta dinanzi alla sua scrivania, essa rileggeva furtivamente alcune pagine scritte da lei stessa in un quaderno nuovo; quando fu giunta al termine, guardò verso l’uscio per paura di essere veduta, trasse di tasca e contemplò un istante una fotografia sbiadita, poi si curvò sul quaderno, e scrisse col suo bel rondo:

«10 Maggio. — Non è lui! Il supplizio ricomincia! Dio mio! quanto sono....»

La fiamma della candela, su cui si era curvata troppo, volle baciarle i capelli, e Angela mandò un piccolo grido di terrore. Subito, abbandonando il quaderno, andò col lume in mano a guardarsi nello specchio, e riconobbe con gioia che solo un ricciolino ribelle al pettine era stato danneggiato.

Tornò gravemente alla scrivania, scostò da sè la candela e finì la frase incominciata:

«Dio mio! quanto sono infelice!»

IV.

Il giornale di Angela, non risaliva ad un tempo molto lontano, tutt’altro; come confessava essa stessa nella prima pagina, aveva avuto il torto di passare parecchi anni in collegio, senza nemmeno gettar gli occhi sul proprio cuore. Ora le sarebbe piaciuto ritrovare giorno per giorno le speranze colle quali era andata incontro alla delusione ed allo sconforto, di tappa in tappa, dal primo castigo della direttrice, alla parte recitata in una commediola morale, al romanzo letto di nascosto, al primo sogno d’amore ed alla prima comunione! Così, per una colpevole trascuranza, tutto si era cancellato; gioie e dolori; e solo era in grado di poter dire all’ingrosso che le sue gioie, le erano state misurate avaramente. Ma non è forse questo il retaggio comune? domandava Angela. Sì, è questo, e la vita non è che una lotta, nella quale bisogna vincere o morire, vincere e morire.... La morte! oh la morte!... L’idea della tomba non faceva paura ad Angela; fin dalla prima pagina ella era preparata a morire; aveva il presentimento di non dovere vivere a lungo; una voce segreta l’avvertiva che il suo destino era di non gustare neppur le poche gioie concesse agli umani. Non importa, essa accettava la propria sorte, le andrebbe incontro come una martire, scrivendo ogni sera nel proprio quaderno la storia della sua giornata. E un giorno, anzi una mattina di maggio, quando essa fosse giunta all’ultima ora, si farebbe portare al letto di morte il segreto confidente della sua breve vita... e... Non sapeva bene che cosa ne farebbe, ma certamente un uso che dovesse far piangere tutti gli astanti come fontane. Dato così un saldo fondamento alla propria determinazione, Angela voltava pagina e cominciava il proprio diario.

«1 aprile. Giovannina e Geltrude hanno scommesso di farmi portare il pesce, ma io non l’ho portato; mi volevano mandare dalla direttrice e in parlatorio, io non ci sono andata. La giornata è finita, e Giovannina e Geltrude hanno perduta la scommessa. Ho promesso a me stessa di scrivere la storia della mia vita; eccola:

«Io sono nata nell’isola di Sardegna, in Sassari; mia madre si chiamava Bebbia, ma io non l’ho conosciuta; essa morì pochi giorni dopo la mia nascita. Tutti mi hanno detto che era molto bella, che aveva gli occhi grandi e neri, la bocca piccola. Non ho il suo ritratto, ma ricordo che mi fu fatta vedere un’immagine che somigliava a mia madre; dicono anche che io stessa somiglio molto a mia madre, ma come può essere se io non sono bella?...»

Qui nel giornale di Angela seguiva una lunga fila di puntini, per lasciar tempo al lettore di risolvere il difficile quesito, poi l’autrice esclamava: