«Angela! povera Angela, tu sei entrata nel mondo per la porta della sventura!....

«Mi ricordo ancora di mia nonna; anche mia nonna era bella, ma piangeva di nascosto, e quando mi pigliava in braccio per baciarmi, io vedeva sempre una lagrima nei suoi occhi rossi. Morì, e rimasi sola nel mondo, collo zio Silvio, che è il fratello di mio padre.

«Mio padre! dov’è mio padre? perchè non è mai venuto ad abbracciare la sua creatura, a darle forza di sopportare questa vita? Un terribile mistero circonda l’esistenza dell’autore dei miei giorni. Nessuno me ne ha mai parlato, nessuno me ne parla mai; soltanto la nonna, ogni sera prima di andare a letto, mi diceva: «prega per il tuo povero padre che è tanto disgraziato!» Ora che la nonna è morta, nessuno mi fa pregare per mio padre, ma io non lo dimentico lo stesso, nelle mie orazioni.

«Signore, vi raccomando mio padre, che è tanto disgraziato, si chiama Giorgio Boni, e va ramingando per la terra.....

«Il cuore mi assicura che mio padre non è morto; non mi fu detto ancora: piangi, tu sei orfana! — Ma se egli è vivo, perchè non viene, perchè non mi scrive? Ho provato ad interrogare lo zio Silvio, ma egli non mi ha voluto rispondere; forse non mi ha creduto abbastanza grande; ma io gli dirò che è una cosa crudele nascondere ad una figlia la sorte del padre, e lo costringerò a dirmi tutto! L’ora dello studio è finita; ora si va a cena e poi a letto; a domani.

«2 aprile. La giornata è passata senza alcun avvenimento importante. Continuerò la storia della mia povera vita, una storia semplice, ma che nasconde un acerbo dolore. Morta mia nonna, lo zio Silvio mi ha condotta in Milano; noi abbiamo qui dei parenti; la zia contessa, che è sorella di mia nonna, non mi piace; è una donna stravagante, che mi fa sempre delle domande a cui non so che cosa rispondere. — È molto ricca, ed ha una magnifica casa in cui andavano tutte le signore di Milano a prendere il tè, a suonare il pianoforte e qualche volta a ballare; ma da molto tempo non ci va più nessuno, perchè la zia contessa è ammalata, e dicono che voglia morire. Lo zio conte è il figlio della contessa Veronica; è un uomo che ride poco, ma è buono; mi piace; sua moglie è la contessa Beatrice, la zia Beatrice, che però non vuol essere chiamata nè zia nè contessa; la chiamo Bice; è la mia migliore amica; essa ride sempre, perchè è felice, ed io.... io ho l’anima torturata.

«Credo che Bice sappia qualche cosa di mio padre, ma forse le hanno raccomandato di non parlarne con me.

«Geltrude e Giovannina mi hanno pagato la scommessa; Geltrude mi ha dato una bella immagine, Giovannina mi ha dato un anellino di argento. L’anellino è una memoria d’un’altra amica; io non lo voleva accettare, ma Giovannina mi ha detto che l’amica da cui lo ha avuto è andata via e che non gliene importa più. Credo che anche l’immagine di Geltrude sia una memoria d’un’amica andata via.

«3 aprile. Oggi ho compiuto i dodici anni e sette mesi.... Cinque mesi ancora e ne avrò tredici — età fatale! Ho un presentimento nero, sento una voce che mi dice che a tredici anni dovrò morire! Ma perchè penso alla morte? Sarà perchè la zia contessa sta molto male; oggi le hanno portato il viatico; lo zio Silvio è venuto a vedermi, e mi ha detto che non vi è speranza. — Stanotte, dicendo le mie preghiere, bisognerà raccomandare al signore l’anima della zia contessa...

«4 aprile..... La zia contessa è morta; io abbandono il collegio per andare in Sardegna; oh! padre mio! mi pare di andarti incontro; sono sicura di riconoscerti, sebbene nessuno mi abbia mai parlato di te; perchè il cuore non s’inganna, e poi ho il tuo ritratto.