«Ero bambina ancora, quando la nonna mi fece vedere un ritratto di mio padre che conservava dentro un libro; morta mia nonna, io aprii il libro, e trovai il ritratto. Da quel giorno esso non mi ha lasciato più. Eccolo, io l’ho davanti agli occhi; lo guardo e gli chiedo il segreto fatale che lo separa da sua figlia. — È un uomo magro, porta i baffi e la mosca, ha gli occhi grandi; sembra pallido, ma non ne sono sicura, perchè la fotografia è scolorita dal tempo..............
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«7 aprile. (In alto mare). Sono qui fra cielo ed acqua; ma si vede ancora una striscia di terra lontana, spero che fra poco non si vedrà più terra da nessuna parte.
«(Più tardi). Ho dimenticato di dire che il cadavere della contessa viaggia con noi; essa ha voluto essere sepolta in Sardegna, e noi andiamo a seppellirla. Sono passati i delfini; hanno il muso nero e gettano l’acqua in alto a zampilli; da un marinaio ho saputo che sono buoni pesci, che non fanno male a nessuno. Il sole tramonta ed ho appetito! Ho domandato ad un marinaio quand’è che non si vedrà più terra e mi ha risposto che ne vedremo sempre. Mi dispiace. Avrei voluto che per un’ora almeno non si vedesse che cielo ed acqua; l’ho detto alla zia Beatrice, si è messa a ridere e mi ha dato dell’indiscreta. Bice non comprende i miei sentimenti; è una donna diversa dalle altre; ma è tanto buona, e ride così di gusto!... bisogna compatirla.
«8 aprile. Siamo a Sassari. Sono venute molte persone a salutarci, ma lui non è venuto. E pure io sento che mi sta vicino; a Porto Torres un uomo incappucciato mi ha rivolto la parola. Non comprendevo quello che mi diceva, perchè mi ero messa in testa che dovesse essere mio padre. Ho poi visto che era un uomo consumato dalla febbre che mi domandava l’elemosina. Mi sono proposta di vincere la mia commozione e di aspettare gli avvenimenti. Sono più tranquilla, sono più rassegnata. La mia Sardegna mi piace; i Sardi pure mi piacciono; non fanno molti complimenti, sono piuttosto superbi; però mi chiamano signoricca, e mi dicono in faccia che sono bella. Ma essi intendono che sono apparentemente robusta. Nessuno vede quello che avviene nell’anima mia; nessuno sa quanto io soffro, anche mentre rido; nessuno sa che ho un tarlo qua dentro....
«9 aprile. Oggi lo zio Silvio è tornato da Muros di malumore; che cosa è andato a fare a Muros? Gliel’ho chiesto e non mi ha risposto; sono entrata all’improvviso nella sala comune dell’albergo, quando vi erano lo zio Silvio, lo zio conte e Bice, e subito hanno taciuto; — questi misteri m’indispettiscono; perchè mio padre non viene?»
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Nel suo diario Angela proseguiva giorno per giorno a pigliar nota degli avvenimenti; descriveva la nuova casa dove erano andati ad abitare nel viale del mulino a vento; la deliziosa Valle Maledetta, le gite a Florinas, a Ploaghe, le frequenti assenze dello zio Silvio, il suo umore melanconico, il ritorno di Ambrogio, di Pantaleo e di Giovanni e ogni altra cosa che le era sembrata notevole. Non risparmiava l’esame dei proprii sentimenti; e quando era costretta a confessare che aveva passata una giornata allegra, che in sostanza essa si divertiva moltissimo, e che la Sardegna le aveva aperto dinanzi un libro bizzarro, in cui bastava voltar pagina per passare da una veduta curiosa ad una scena più curiosa; quando aveva scritto tutto ciò, allineava alcuni puntini, e interrogava «e pure sono io felice?» Domanda terribile, alla quale il più delle volte la fanciulla si accontentava di rispondere con un’altra fila di puntini.
Colla data del 10 maggio, Angela scriveva nel suo quaderno:
«È venuto un uomo, ha chiesto dello zio conte, poi è scomparso; sono stata alla finestra per vederlo uscire, ma non è uscito; lo zio rientrando in sala era turbato. Che cosa succede? Se fosse mai lui...