«(Più tardi). Quell’uomo è rimasto in casa; dev’essere chiuso nella camera di zio Silvio, ma mi manca la forza di accertarmi.

«(Più tardi). Non è lui! il supplizio ricomincia. Dio mio! quanto sono infelice!!!»....

V.

Il viaggio a Tempio, annunziato una settimana prima, non insospettì la fanciulla, tanto più che vi pigliavano parte Beatrice ed il conte Cosimo. Si andava a visitare un pascolo aperto, un salto, per farne acquisto; si andava per convenire col patriarca di una famiglia di pastori, intorno al prodotto della tosatura. Quali fossero i disegni dello zio conte e dello zio professore intorno alla lana caprina, Angela non dimandava.

Le avevano detto che era appunto la stagione della tosatura; dunque essa e Bice andavano per veder mugnere le pecore e cardar la lana, ed anche per non rimaner sole.

Sino a Tempio il viaggio fatto in due biroccini non aveva offerto nulla di singolare alle due donne, salvo la barba crescente di Pantaleo, il quale, dacchè era uscito dalle funzioni di cocchiere cittadinesco, aveva l’ambizione di coprirsi la faccia d’una foresta di peli per il rimanente della sua vita mortale. Pantaleo, che da una settimana viveva in campagna, saputo del viaggio dei signori, aveva messo innanzi le sue buone ragioni per essere preso a cassetta e guidare la contessa e la signoricca.

La sua causa giusta aveva trionfato, e per tutto il viaggio, Pantaleo non aveva fatto che parlare al cavallo, tanto che Beatrice dichiarò di non riconoscere più il suo Pantaleo d’una volta, quel Pantaleo che era stato il modello dei cocchieri sbarbati e muti di Milano.

A Tempio, dove giunsero verso sera, l’aspetto severo della città di granito, delle moli superbe del Limbara, impressionò Beatrice ed Angela, che dichiararono d’avere fatto un viaggio felicissimo; fu anche meglio quando seppero che non si andava all’albergo, ma bensì in casa del parroco, e quando invece d’un oste panciuto si videro venire incontro un pievano alto e segaligno, vero prete di montagna, che non portava in mano il solito breviario, e guardava in faccia alla gente con due occhietti vivaci, nascosti sotto due cespugli di peli.

Prete Emanuele disse ai suoi ospiti che la casa sua era l’unico albergo di Tempio, in cui una signora potesse passare la notte, e che egli la metteva tutta a disposizione dei forestieri, dilli stragni; si doleva di non essere stato avvertito in tempo per dare un po’ d’ordine; però il necessario non mancherebbe.

Il pievano, gallurese schietto, della razza superba e immaginosa dei pastori di Limbara, sembrava fare ancora una gran fatica, dopo tanti anni di sacerdozio, per adattarsi alla mansuetudine d’un pastore d’anime.