Ogni stanza della sua casa parlava d’un cacciatore, non già d’un pievano. In tutti gli angoli vi erano schioppi sardi genuini, lunghi e colla pietra focaia, oppure schioppi sardi imbastarditi, colla canna mozza; carabine a due colpi, pistole, pistoloni e daghe, pendevano al capezzale d’ogni letto, accanto alle immagini della Madonna incorniciate coi ricami delle monache.
Se non fosse stata la sottana nera che, in casa, prete Emanuele tirava su da un lato, cacciandone un lembo sotto la cintura delle brache, nulla avrebbe svelato in lui il reverendo. Egli non parlava latino se non dinanzi all’altare, perchè vi era costretto dal rituale; a quattr’occhi col padre Eterno usava quel garbatissimo dialetto tempiese, che sfida, nell’accento aperto e dignitoso, il paragone della parlata toscana.
Dopo una cena, fatale agli inquilini del pollaio, il pievano aprì le camere che egli destinava agli ospiti. Ed apparvero agli occhi sbigottiti di Beatrice e di Angela certi lettoni, posti fra cielo e terra, ai quali bisognava dar la scalata dopo aver invocato l’angelo custode. Prete Emanuele era un uomo discreto; a tavola quasi non s’informava dei disegni dilli stragni, e quando toccò quest’argomento, vi si arrestò così poco, da far intendere chiaro chiaro che egli era informato abbastanza.
Ma intanto si faceva tardi; Beatrice ed Angela si erano già ritirate in un camerone, Silvio e Cosimo si guardavano in faccia, non vedendo comparire nessuno. Allora prete Emanuele si picchiò la fronte, e si ricordò che la mattina era venuto Ciccito Scano a dire che, quando arrivassero li stragni del pievano, non istessero in pensiero, che egli non sarebbe mancato il domani all’alba per andare allo stazzo.
— Vanno a visitare uno stazzo? domandò il pievano; ma senza aspettare la risposta, annunziò che si divertirebbero perchè era giunto il momento della tosatura delle pecore, e si doveva fare lu graminadojiu.[3]
— Lu graminadojiu? chiese Cosimo, tanto per dire qualche cosa.
— Già, è la cardatura delle lane, spiegò prete Emanuele; i pastori cardano la lana, mangiando, bevendo e poetando.
Non disse altro; gli ospiti se ne andarono nelle loro camere; e riusciti, dopo molto ridere, ad inerpicarsi sui letti, non tardarono a dormire.
Pantaleo si era buttato sopra una stoia mezzo arrotolata, che serviva di letto e di guanciale, come aveva visto fare ai famigli del prete, in un gran stanzone a terreno, coi piedi cacciati quasi nella cenere tepida d’un braciere spento; e prete Emanuele, dopo aver visitato tutta la casa, sprangato tutti gli usci e tutte le finestre, si ritirò nella sua camera, dove accese una lunga pipa e fumò il suo ottimo tabacco di contrabbando.
Prima di cacciarsi sotto le lenzuola, fece anche un’altra cosa, guardò sotto il letto, per obbedire ad una vecchia abitudine, ma con poca speranza di trovarvi un imbecille, che fosse proprio venuto a provocare le grosse scarpe colla fibbia, mettendosi in quella incomoda positura. Poi salutò l’Eterno Padre con poche parole galluresi e sincere, entrò in letto e spense il lume.