Prima dell’alba il pievano, i famigli e gli ospiti furono desti da uno che tirava calci alla porta di casa. Era Ciccito Scano.
La vittima di Maria Antonia portava ancora la mano destra fasciata, perchè la selvaggia fanciulla, difendendo con troppo zelo il proprio pudore, aveva corso il rischio di guastarsi per sempre l’innamorato; ma Ciccito Scano era allegro, e non poteva soffrire molto della ferita. Il pievano anzi, riavvicinando i ciuffi di peli delle sopracciglia, annunziò agli ospiti con severità canzonatoria che il povero giovine portava ancora la mano fasciata, per pigliare la sposa col rimorso; perchè lui, Ciccito Scano, non andava già allo stazzo per vedere la cardatura.
— Ci vado per accompagnare i signori, protestò Ciccito Scano, ridendo.
— Anima dannata, ribattè prete Emanuele, hai da venire a confessarti! E te la darò io la penitenza!
Intanto Ciccito Scano, aiutato dai famigli, adattava sulla groppa di due cavallini neri la sella imbottita per le signore.
Il conte Cosimo non aveva portato mai donna in groppa, e non prometteva nessuna sicurezza a sua moglie nè ad Angela; bisognò dunque accomodarsi così: Ciccito Scano si prese la fanciulla, Silvio ebbe Beatrice, e Cosimo non fece che aiutare le due amazzoni, prima di balzare in sella egli stesso.
Stando sulla porta della sua casa, prete Emanuele salutò colla mano gli ospiti, e i tre cavalli si avviarono di trotto.
Al rumore degli zoccoli dei cavalli sulla via sassosa, si svegliavano gli echi nel granito della vecchia città, e facevano un frastuono da stordire.
— Ho paura di cadere, disse Beatrice dopo un tratto di via.
— Perchè non si attacca a me? mi abbracci, è necessario.