— Perchè non me l’ha detto prima? domandò la contessa.
Perchè mai Silvio non gliel’aveva detto prima?
— Mi dia la mano destra, così... ed ora stringa pure, che non mi fa male.
Ma sotto la stretta di quel braccio di donna, al contatto di quel corpo leggiadro, Silvio gustava invece una dolcezza che gli faceva male; sentiva come un alito caldo nella faccia, ed ebbe bisogno di spingere il cavallo ad un breve galoppo, perchè l’aria mattutina gli rinfrescasse le guance ed il cuore.
— Op! op! esclamava Beatrice pigliando gusto a quella corsa.
Cosimo e Ciccito Scano raggiunsero il professore.
— Il cavallo fa delle pazzie? domandò Ciccito.
Silvio confessò umilmente che non era il cavallo; Beatrice rise.
Dall’altipiano di Tempio, scendendo per viottole leggermente tortuose attraverso bei vigneti, i tre cavalieri ebbero in poco tempo raggiunto il fondo d’un valloncello, in cui scorreva un rigagnolo, povero ed incerto tributario del Liscia; i cavalli si cacciarono senza paura nell’acqua, ma Beatrice e Angela empirono l’aria di esclamazioni allegre.
Ciccito Scano, che andava innanzi, ogni tanto voltava il capo gridando il nome d’uno dei paeselli che si lasciavano alle spalle. Ecco Agius!... dove? a sinistra sulla costa, sospeso come un nido al granito dei contrafforti del Limbara. — E quest’altro a destra? — È Luras. — E quel campanile quasi nascosto? — Nuchis. — E laggiù quel mucchio di case disposte a gradinata? — Colangianus.