Tutto ciò alle spalle. In faccia, fin dove arrivava l’occhio, nessuna traccia di paesi, ma solo una distesa continua di collinette.
Si viaggiò un gran pezzo attraverso alla natura più arcadica che sia forse al mondo, guadando ogni tanto dei ruscelletti formati dal rapido squagliamento delle nevi raccolte sulle più alte vette del Limbara, che si alzavano splendenti in mezzo ai rosei vapori dell’alba.
Silvio, vinta la strana impressione che aveva avuta sentendosi stringere dal braccio dell’amica sua, ora si godeva non visto quell’amplesso innocente, e quando nelle chine rapide sentiva il corpo della sua compagna pesare leggermente sopra di lui, non sentiva più il brivido che gli aveva fatto paura, ma solamente un solletico dolce, una leggiera ebrietà di gratitudine e di amicizia. E diventava ciarliero, il professore, per descrivere a Beatrice, senza voltarsi, gridando le parole al vento, la natura sassosa e feconda dei terreni galluresi, dove cresce benissimo la vite, dove invecchiano le più belle quercie, dove vengono su i più bei corbezzoli dell’universo.
— Corbezzoli! esclamava Beatrice; e allora diventava ardito, il professore, fino a voltarsi a guardare la sua dama, che lo corbellava con ingenuo vezzo, od a picchiare con un colpetto la mano bianca aggrappata alla sua giacca.
Poi, se Cosimo, udendo ridere, si accostava, Silvio era tentato di abbandonare le redini sul cavallo e di buttarsi nelle braccia dell’amico, per dirgli... che cosa? Qualche cosa..... che la natura era come una fidanzata e quel mattino di maggio come una festa nuziale.
Dopo una trottata di altre due orette, all’ingresso d’un bosco di quercie i tre cavalieri si radunarono, e Ciccito Scano annunziò che la selva apparteneva già alla cussorgia di Alzaghena, nel cui territorio erano compresi alcuni stazzi grandi e piccoli; fra i quali lo stazzo di Giannandrea il Lungo.
Chi era Giannandrea il Lungo?
Ciccito Scano spiegò che Giannandrea il Lungo era il capo stipite d’una ricca famiglia di pastori, i quali vivevano insieme, uomini e donne, in una casa grande e tutta di pietra, come ce n’erano poche nei territori circostanti. Giannandrea era il padre di Mariangela, di Gavino, di Maurizio, di Bastiana e di Nicoletta; i primi quattro figli erano tutti accasati, ed avevano già figliuoli; Nicoletta soltanto, la lunga Nicoletta, l’ultima delle figliuole, il ritratto del padre, era ancora ragazza. Ma non doveva star molto a trovar marito; anzi, in confidenza, Gian Martino, il più piccolo pastore della cussorgia, un giovinotto temerario, a cui piacevano tutte le imprese difficili, si era messo in capo di dar la scalata a Nicoletta; la ragazza aveva cominciato dal ridere, ma non avrebbe riso un pezzo, perchè si sa, l’uomo non si misura col palmo.
Si entrò nel bosco, dicendo quasi addio alla luce, tanto era fitta l’alberatura, tanto erano frondosi i rami; sotto i piedi dei cavalli si levavano lepri e volpi, e Ciccito Scano avrebbe volentieri scaricato lo schioppo, se la prima carezza della sua futura sposa non lo avesse ridotto nella condizione di dover lasciare a casa le armi e viaggiare come un seminarista.
Angela ne fu lieta e non nascose la propria contentezza; le pareva che se Ciccito Scano avesse dovuto tirare schioppettate contro le lepri o le volpi, essa, stando a cavallo, sarebbe stata imbarazzata a turarsi le orecchie colle dita senza abbandonare il proprio sostegno.