VI.

Un momento dopo fu vista arrivare di corsa, latrando forte, una muta di mastini; Angela e Beatrice ebbero un po’ di paura che quegli animalacci, saltando intorno ai cavalli, potessero afferrar loro i piedi, ma i mastini erano ancora distanti quando un fischio li arrestò di botto. Però non cessarono di latrar forte, finchè non sbucò dalla siepe d’un chiuso un fanciullo, che, tirando sassate e correndo contro ai cani, diede ad Angela l’immagine del re Davide nell’esordio della sua carriera.

I mastini tacquero, e senza aspettare di essere raggiunti dal piccolo eroe, tornarono di corsa allo stazzo, dove, ricondotti dall’esempio e dalle pedate a sentimenti più miti, fecero ala, insieme coi pastori, all’ingresso del piccolo drappello.

Erano tutti là, una ventina almeno, le donne e gli uomini di Giannandrea il Lungo; gli uomini portavano lo schioppo in pugno, e parevano disposti a servirsene, sparando all’aria per salutare gli ospiti, ma visto che Angela aveva subito abbandonato il cappottino del suo cavaliere, per cacciarsi lo dita negli orecchi, Giannandrea raccomandò ai suoi di non far chiasso e venne cortesemente incontro alle signore, per aiutarle a smontare da cavallo.

— Benvenute siano! disse da lontano cavandosi la berretta; benvenuta sia! ripetè presentando le braccia a Beatrice, che vi si buttò senza paura.

Il vecchio Giannandrea non disse altre parole alla contessa, ma le sorrise come un padre, e venendo ad Angela e toltala dalla groppa allo stesso modo, aggiunse: «questa me la bacio!» e la baciò davvero, sulla fronte. Angela, rallegrata da quello spettacolo nuovo, si prestò con grazia; tanto, come ribellarsi? era forse la sua missione in Sardegna questa di lasciarsi baciare! E quando Giannandrea ebbe dato l’esempio, si fecero innanzi le donne; Angela affrontò i loro baci coraggiosamente; Mariangela era una bella donnina, cogli occhi neri come il carbone; Bastiana aveva la bocca piccina, bellissimi denti e il sorriso aperto e frequente; Nicoletta era alta come un pioppo, aveva i labbri sottili come una fettuccia; ma la sua carnagione bianca splendeva alla luce di uno sguardo profondo e dolce, entro una ricca cornice di capelli castani.

In mezzo a quelle e ad altre donne dei pastori, si vedeva subito Mariantonia, l’altera Mariantonia, un profilo di scalpello romano, tagliato nel granito del Limbara. Essa, dopo aver medicato con un sorriso il suo innamorato, gl’impedì di avvicinarsi con un’occhiata. Ciccito Scano intese l’occhiata, girò sui tacchi e si confuse colla povera gente mortale.

Man mano che i cavalli erano liberi, venivano presi da un pastorello e legati ad un albero, colla corda lunga perchè potessero trastullarsi a mangiar l’erba, aspettando la loro porzione d’avena. Quando Silvio e Cosimo ebbero baciato essi pure Giannandrea, andarono in giro a stringere la mano di tutti i pastori, che toccandosi la berretta colla sinistra, ripetevano: benvenuto! benvenuto! Dopo di che Giannandrea pregò le signore di entrare nello stazzo a riposarsi, intanto che si preparava un boccone di desinare: «La casa è piccola, disse solennemente, ma il cuore è grande.»

A Silvio era bastata un’occhiata in giro, per accorgersi che suo fratello non era là; consigliato dall’istinto, egli lasciò che i suoi compagni seguissero Giannandrea e si trattenne nella spianata dinanzi alla casa, a guardare il lavoro dei pastori, che avevano disposto all’aperto parecchi focolari e vi facevano cuocere lentamente, girandoli ogni tanto all’estremità di lunghi spiedi di nocciuolo, qui un porcellino da latte, là un capretto intero, sparati sino alla testa in modo da far vedere le cervella, e tenuti aperti con due asticciuole di canna.

Silvio ricominciava a domandarsi se veramente quel viaggio non si fosse compito un po’ alla leggiera.