Infatti dacchè Su Mazzone aveva lasciata la casa del Mulino a vento, chiamato improvvisamente dal suo cagnuolo, non si era più avuta alcuna notizia di lui. Però prete Emanuele era stato avvertito dell’arrivo degli ospiti, e Ciccito Scano si era trovato all’alba coi cavalli. Era stato veramente un errore, non aver preso in disparte Ciccito Scano per interrogarlo — Interrogarlo su che? — Se Ciccito Scano non lasciava intendere di sapere qualche cosa, era segno che lo credeva inutile; ma non poteva esser dubbio che egli obbedisse ad un ordine del bandito.

Uno dei pastori aveva infilato in uno spiedo il cuore, il fegato e la milza di parecchi capretti, e li veniva avvolgendo colle minugie, in modo da legarli e nasconderli. Vedendosi guardato da Silvio, si voltò e gli disse:

— Faccio la corda.

Silvio sorrise; molte volte in vita sua, aveva visto fare e mangiato quella corda saporita.

— Il professore è lei? gli domandò una giovane donna mettendoglisi al fianco nel vano dell’uscio.

— Sono io, rispose Silvio voltandosi.

— Io sono Mariantonia, disse la giovinetta, abbassando la voce; il fratello suo sta in una capanna vicina; l’aspetta, vuole che andiamo a vederlo?

— Andiamo, balbettò Silvio.

Si avviarono; Ciccito Scano venne subito sull’uscio, ma non osò seguirli.

— Come sta? domandò Silvio ansimando.