Brigadiere accorse dimenando la coda.
— L’altro giorno, domandò Silvio, che cosa era poi stato?
— Nulla era stato; due ladri notturni erano entrati nell’oliveto, e Brigadiere mi venne ad avvertire, credendo di farmi piacere. Trovai gli amici, che lavoravano a forzare la serratura della porta di casa per portar via un po’ delle ulive raccattate nella giornata; mi videro e se la svignarono colle bisacce vuote.
Quando furono giunti a pochi passi dallo stazzo, dove un giovine pastore, piantato gravemente sopra un sasso, continuava a dar di fiato nella grossa conchiglia d’una tromba marina, cavandone quel muggito profondo che empiva la campagna, Giorgio si arrestò, e disse al fratello: — Ricordati che io sono Efisio Pacis! ed ora va innanzi, è meglio che non mi vedano subito con te.
Silvio precedette alla muta; Mariantonia, Su Mazzone e il falso Efisio seguirono lentamente.
VII.
La lunghissima mensa era stata imbandita all’aperto; la formavano certi panconi posti sopra rozzi cavalletti, e ci erano volute parecchie tovaglie ravvicinate per coprirla. Lo stazzo aveva messo fuori tutte le sedie impagliate, tutti gli sgabelli e ogni altro arnese che potesse farne l’uffizio; ma, non bastando ancora, parecchi pastori lavoravano a rotolare dei grossi macigni da gran distanze.
I piatti non mancavano, e anche di bicchieri non era difetto, nè per li stragni, nè per le donne e i vecchi pastori; quanto ai giovani, si accontentavano d’avere un bicchiere in due, o di non averne veruno, purchè sotto i baci comuni non venisse a mancare la vernaccia nella fiaschetta. Erano venuti dagli stazzi vicini, pastori e pastoresse, recando in trionfo porcellini e capretti cotti nel forno, o portando come scettri certe corde spropositate, infilzate in lunghi spiedi di legno, e pronte per essere messe al fuoco, formaggi freschi, quagliate, ricotte, giuncate; Giannandrea il lungo, dal canto suo, per fare degnamente gli onori dello stazzo, non contento di aver ammazzato una vitella, e di aver fatto preparare la mattina una tinozza di miciuratu[4], aveva chiesto alle acque fredde del Limbara le più belle trote, e al mare le orate e le triglie e il tonno fresco. Vi erano lepri del territorio, anitrelle di riviera, e tordi del vicino bosco, a cui la proibizione della caccia non era stata difesa sufficiente; e vi erano ciliege dei frutteti lontani, e grosse lattughe cresciute negli orti tempiesi. Poi nell’interno dello stazzo, sotto gli occhi delle figliuole di Giannandrea il lungo, dava gli ultimi bollori impazienti un pentolone di fave e lardo. Non mancavano le bottiglie di vino, sparse sopra la mensa, ovvero qua e là come sentinelle, piantate entro piccole fosse, a tiro dei commensali, pronte ad accorrere nei casi urgenti; ma il grosso dell’esercito faceva bella mostra sopra il davanzale di un finestrone a terreno, e lungo una panca di sasso. Vi erano i vini severi di Sassari e di Sorso, i vinelli mordenti di Tempio, i vini balsamici di Lanusei; vi erano la vernaccia di Solarussa, il torbato d’Alghero, la malvasia di Sorso, l’almadras, il cannonau, la monica e dieci altre qualità di vini prelibati. Ma bisogna dirlo subito, quell’esercito non era lì che per fare bella mostra, perchè i Sardi sono sobrii, e i pastori galluresi, gran bevitori di acque montanine, non si ubbriacano volontieri che di miciuratu, di ciance e di versi.
Un apparente disordine aveva distribuito i posti, e pure quando tutta la brigata si trovò raccolta intorno alla mensa, e Giannandrea il lungo si alzò ad augurare «buon appetito a tutti,» toccandosi la berretta, un occhio curioso avrebbe notato che ognuno dei commensali, a cui la scelta del posto non era indifferente, aveva per l’appunto il suo che non avrebbe barattato con nessun altro. Ciccito Scano, per dirne uno, si era messo alla sinistra di Mariantonia; e il piccolo Gianmartino, piccolo ma intraprendente, arrivato ultimo, perchè aveva le gambe corte, come gli dicevano, sfidava le celie degli amici al fianco di Nicoletta.
Ma perchè rimaneva un posto vuoto tra Angela e Silvio?