Nessuno dei banchettanti, vedendolo, finse meraviglia o pronunziò il nome temuto; e un pastore, di rimando, accomodò in versi galluresi un proverbio, il quale in Gallura e altrove dice che il ventre digiuno è sordo anche alle muse.

Il desinare fu allegro; solo alle frutta, quando i famigli portarono in tavola le frittelle e il miciuratu, solo allora Giannandrea il Lungo bevve un sorso nella propria fiaschetta e disse un complimentino rimato a Beatrice.

— Bevi, e fa altrettanto, disse il pastore a Su Mazzone, porgendogli la propria fiaschetta. Il bandito bevve e fece anche di meglio, strappò gli applausi di tutti, sebbene non improvvisasse nel dialetto di Gallura, ma in quello del Logudoro, dove sembra essersi rifugiata l’ultima eco del Lazio.

Beatrice fingeva di ascoltare attonita, ma al pari di Cosimo e di Silvio essa non aveva orecchi se non per quello che il povero Giorgio veniva dicendo a sua figlia. Erano risposte a domande curiose della fanciulla, parole indifferenti che sonavano sul labbro del disgraziato come note d’una segreta musica. Ogni tanto la mano del falso Efisio disegnava un gesto incerto per andare a toccare il braccio o l’omero della sua piccola vicina. E ogni tanto Angela sfuggiva, senza avvedersene, a quella segreta carezza, si dilettava, rideva delle celie ardite dei più giovani pastori, che, facendo il chiasso all’estremità della mensa, pigliavano il miciuratu a manate e se ne imbrattavano la faccia.

Allora il povero padre diventava ingegnoso per richiamare a sè la sua creatura. Ma non vi era pericolo che si tradisse. Indovinando l’ansia di tutti coloro che gli volevano bene, vedendo quasi una lagrima sospesa negli occhi di Beatrice, alzava la fronte superba, e mostrava gli occhi asciutti.

Le mense furono levate in un modo bizzarro; i cani, che da un poco lavoravano in silenzio a rodere gli ossi, abbandonarono d’improvviso e di comune accordo il loro pasto per lanciarsi latrando in direzione del vicino bosco. Tutti i pastori balzarono in piedi, corsero ad armarsi, e Su Mazzone annunziò, senza lasciare il suo posto: «selvaggina grossa; un cervo o un cinghiale.»

Angela, per non perder tempo, cominciava a tapparsi le orecchie, e non udiva già più le dolci parole che l’uomo dalla barba nera le diceva per rincorarla. — Povera Angela! — le diceva — hai paura del rumore d’una schioppettata; la tua mamma era bella come te, ed aveva più coraggio.

Intanto parecchi pastori, i più giovani, i più desiderosi della gloria, correvan dietro ai cani.

Su Mazzone crollava il capo.

— Tutti così, i giovani, diceva; ma se la fiera ha giudizio, non potendo arrivare al bosco, ripasserà di qua, a farsi ammazzare da uno di noi.