Nel cortile, dove sorgevano ancora le mense, non rimasero che alcuni famigli affaccendati a sparecchiare e Silvio.

Il professore, ritto là dove il cuore gli aveva mandato la vampa rivelatrice, non osava più muoversi. Che cosa aveva risposto alla contessa? Che cosa aveva detto a Cosimo? «Ma dunque è proprio vero?» domandava a sè stesso.

La sua rettitudine non mai smentita si provava a dirgli che non era vero; ma la coscienza, interrogata senza sotterfugi, gli rispondeva che una strana burrasca seguiva nel suo cervello e nel suo cuore.

Più nel cervello che nel cuore — doveva essere una allucinazione passeggiera, una di quelle nebbie che si alzano entro il cranio degli uomini che hanno vissuto troppo colla testa; forse un fenomeno dell’età; una crisi in cui doveva morire l’arida sua giovinezza, e cominciare una virilità rassegnata e forte.

Silvio adoperava tutte le forze sane dell’intelletto a scandagliare il cuore, a studiare la propria inquietudine, a dirne ad alta voce lo ragioni; egli faceva in buona fede questo lavoro straziante di mettere la propria infermità in piena luce, perchè voleva guarirne subito, perchè non poteva reggere al pensiero che un sentimento colpevole potesse prendere il posto occupato per tanto tempo dall’amicizia e dall’onore.

— Che cosa fa, professore? gli disse un famiglio; non lo sa che è cominciato lu graminadojiu?

— Guardo, rispose Silvio sorridendo, guardo la campagna.

Sì, egli guardava quella campagna quasi nuda d’alberi, nelle cui lontananze si movevano le macchie nere dei greggi; lasciava correr l’occhio fra i lentischi, sul terreno roccioso che splendeva al sole, ascoltava le campanelle dei montoni e il belato delle pecore, ma non trovava nulla, nè un colore, nè una nota che confortasse la stordita anima sua.

— Silenzio! gridò una voce nel cortile vicino; e Ciccito Scano apostrofò qualcuno così:

Chi vali chi ti ni coi