Chi lu nechi a boci alta?

L’occhi toi so li proi

In l’amori non v’ha falta

È macchini lu nicallu

E pejiu è lu cuallu...[5].

Questa strofa strappò Silvio dalle sue fantasticherie; egli ripeteva ancora: è macchini lu nicallu — quando sorse una voce femminile a protestare:

No so l’occhi, no, li proi,

Di lu chi passa in lu cori[6].

Ma la giovane maestra di scuola non potè proseguire, forse perchè Ciccito Scano, sentendosi oramai sicuro del fatto suo, le troncò sul labbro medesimo l’eresia che stava per dire. Seguì una gran risata, poi un lungo silenzio — Silvio volle allontanarsi, fuggire, ma fatti appena pochi passi girò uno sguardo per l’aperta campagna, e incontrò gli occhi immobili e sereni di una giovenca, che si era arrestata a guardarlo come un oggetto molto curioso — rifece lentamente il breve tratto di via, attraversò lo stazzo, e si andò a mettere nel vano dell’uscio, donde poteva dominare lu graminadojiu.

Cosimo e Beatrice lo videro subito e gli sorrisero; quanto bene fece quel sorriso al povero Silvio! Egli potè dire al proprio cuore: «fa pure, tu non commetti alcun male; io lo dirò a Cosimo, io lo dirò a lei stessa.»