— Che idea! balbettò Cosimo.
— Testamento! esclamò Beatrice, facciamolo pure! Purchè sia un testamento allegro!
— Rondinella mia, disse la vecchia, tu sarai la mia musica fino all’ultimo.
— Un testamento è un dovere, soggiunse, e il dovere è sempre una cosa allegra.
A queste gravi parole, Beatrice sospirò gravemente; Cosimo non rispose nulla, ma colla mano cacciò dalla fronte un pensiero importuno.
— Cosimo! insistè l’inferma, cercando invano di sollevare il braccio già avvinghiato dalla morte. — Cosimo, manda a chiamare il notaio.
Allora il conte rialzò il capo, guardò sua moglie, che lo guardava con una specie di curiosità ingenua, e si accostò al letto della madre.
— Lo vuoi proprio? chiese con disinvoltura nervosa. Che premura hai?
— Chi ha tempo, sentenziò la vecchia, non aspetti tempo. Va, figliuolo mio, e fammi venire il notaio. Intanto che io raccolgo le idee, tu, bimba, mi toglierai questa orribile cuffia cremisina, e me ne darai una tutta nera o tutta bianca. Chi ha mai visto far testamento con una cuffia cremisina?
— Io no, rispose Beatrice, mentre veniva togliendo la cuffia alla suocera.