Il signor Orso accorse, come se avesse le ali.
— Avete bisogno di me? chiese con sufficiente disinvoltura.
Parve a Silvio che Beatrice lo guardasse in un modo curioso, ma senza dubbio s’ingannò perchè la contessa gli prese una mano tranquillamente, e gli disse:
— Abbiamo bisogno che venga un po’ con noi, signor Orso.
L’accento con cui gli parlava era il solito, il sorriso era quello con cui gli aveva aperto, inconsciamente, le porte dorate dell’amore.
«Meglio così! disse Silvio a sè stesso, il segreto è tutto mio, e di qua non deve uscire.»
E si toccava il cuore, traboccante di felicità.
Quando furono a pochi passi dal chiuso, Angela spiccò un salto dal muricciuolo e cadde nelle braccia di suo padre, che, indebolite dalle febbri, appena appena la trattennero.
La fanciulla, toccando terra, barcollò un momentino, poi corse come una cervetta incontro agli amici; Giorgio la seguì cogli occhi e sorrise.
— Povero cuor di padre! quanto deve soffrire! mormorò Beatrice.