— Babbo Efisio, disse, ho un appetito, un appetito!
Beatrice anch’essa aveva appetito.
E Silvio? Silvio niente affatto.
— Lei vive d’aria, gli disse la contessa accettando da lui una ciotola di latte.
— Come gl’innamorati! aggiunse Cosimo.
Il professore si chinò prontamente ad attingere nella tinozza una ciotola di latte, e la bevve d’un fiato. Rialzando il capo dalla ciotola, trovò che Beatrice aveva preso la mano di Cosimo e lo trascinava per fargli ammirare il curioso spettacolo d’un gregge che voleva saltare un chiuso, ma che era tenuto a segno dai latrati del mastino. Silvio, come spinto dal suo demonio, li volle seguire. «Ho freddo» disse allora Beatrice stringendo le spalle in un brivido, e il professore si precipitò a prenderle uno sciallo — ma tutta la sua baldanza era svanita, perchè comprendeva che Beatrice aveva voluto rimaner sola col marito.
— Gli vuol dire qualche cosa, — pensava — che cosa mai gli vuol dire?
Tornando collo sciallo, trovò infatti che Beatrice non ne avea più bisogno; non era stato altro che un brivido, ora era passato, e Silvio si domandò invano: «che cosa mai gli ha detto?» Nulla che dovesse offendere lui, certamente, perchè gli sorridevano entrambi. — Lo ama tanto! pensò allora Silvio; ma non disse a sè stesso come la vigilia: «veglia tu sulla loro felicità!» Ora si sentiva troppo debole.
Un’ora dopo i cavalli venivano condotti dinanzi allo stazzo, e gli ospiti dissero addio ai pastori.
Giorgio si ora appoggiato ad un albero e chiedeva al proprio cuore un ultimo sforzo.