Il professore si assicurò con un’occhiata fuggitiva che non si trattava di lui. No, non si trattava di lui — si trattava sempre di Cosimo.

— E dica, professore, crede lei che mio marito non soffra della nuova vita? È contento di me? Non gli dica, sa? che io mi annoio... qualche volta... qualche volta soltanto; io non mi annoio se non quando lui va fuori di casa, appena torna, sono felice; siamo felici. Io lo dico ogni giorno che siamo felici! Veda, professore, io sono un poco superstiziosa, e qualche volta ho perfino paura della mia felicità, temo che mi debba toccare qualche dispiacere. L’altra mattina — ora la faccio ridere — l’altra mattina mi punsi un dito coll’ago di ricamo, e ne ebbi piacere; dicevo: è la mia porzione di dolore, per tutta la giornata posso essere felice. Io mi pungerei tutte le mattine coll’ago da ricamo, e lei professore? Lei no, perchè non ricama.

Invece sì, il professore assicurò che si pungerebbe anche lui. Quella ciancia allegra lo impacciava più d’un enigma; era venuto per combattere sè stesso da eroe, e trovava che il proprio avversario e lui, tutti e due, erano già messi fuori di combattimento.

— Mi parli di lei, diceva Beatrice, fissandolo con due occhioni ingenui, mi parli di Giorgio; mi dica, mi dica, come sta ora? Avevo timore che Angela entrasse in sospetto, che mi facesse le sue solite domande, a cui non so come rispondere; manco male che l’ho passata liscia, ma, diciamolo pure, ci siamo portati bene, professore. Io già non aspettava tanto da me; l’avevo detto al mio Cosimo: lasciami stare a casa, gli avevo detto, se tu mi conduci, ti assicuro che io guasto tutto; veder quel povero padre, e piangere, e fare la frittata, sarà tutt’uno — te lo prometto. Ma lui ha insistito, ha voluto che io vedessi uno stazzo di Gallura, povero Cosimo! non sa più che cosa farmi vedere per divagarmi; basta, ora tutto va bene. Proprio vero che tante volte l’immaginazione ingrossa le cose e ci fa sembrare troppo piccini; proprio vero, signor Silvio! Dunque mi parli di lei;... se sapesse! al mio Cosimo era venuta un’idea...

Istintivamente Silvio ebbe paura dell’idea che era venuta a Cosimo, e si affrettò a sviare il discorso, parlando di Cosimo stesso.

— Ah! sì, mi parli di mio marito;... dica, dica...

— Lei vuol sapere se egli è contento, se è felice, se ha tutto quello che può desiderare; ebbene sì, è felice, e si contenta. Non gli manca nulla. Speranza Nostra gli dà da fare; fra poco comincerà l’opera sua più difficile, ha piantato i nuovi torchi e le nuove macine per le ulive, ora dovrà pensare alla fabbricazione del vino e ad un lambicco per distillare l’alcool dalle raspe... Anche dalle frutta che sono lasciate infracidire sulle piante, ci è da ricavare un buon prodotto di alcool e di glucosio.

Bisognò spiegare a Beatrice che cosa era il glucosio; e quando Silvio tacque, perchè del glucosio non gli rimaneva più nulla a dire, l’amica sua sospirò come se del glucosio non si fosse nemmeno parlato: «Povero Cosimo! è tanto buono! Se sapesse quanto vuol bene a lei!»

Il professore lo sapeva.

— E suo fratello, domandò la contessa, che cosa conta di fare?