Ah! — un gran sospiro — era impossibile ottenere la revisione del processo, se non si presentavano gli accusati — almeno uno. Su Mazzone l’avrebbe fatto, assicurandosi prima di qualche testimonianza favorevole; perchè oramai i rancori erano addormentati e non doveva essere difficile; ma il bandito aveva avuto la disgrazia d’ammazzare un cavalleggiere per difendersi e di storpiare nella stessa occasione un pastore che aveva fatto la spia; non poteva presentarsi alla giustizia, perchè in ogni modo l’avrebbero condannato. — Dunque? — Dunque non vi era nulla a fare. — Impossibile! — come mai, trovando testimoni che deponessero in favore di Giorgio...? Ma allora che giustizia era?...

— La giustizia, conchiuse Silvio, dice all’accusato: se tu sei innocente, non aver paura di me, vieni ed io ti giudicherò un’altra volta.

— Grazie tante! esclamò la giovane donna; spero bene che suo fratello non darà retta a quello che dice la giustizia. — Ma non ci è altro modo?... possibile! ha provato a consultare qualche avvocato?

Silvio aveva temuto di chiamare l’attenzione sul caso di Giorgio; poteva bastare una parola imprudente a risvegliare i sospetti della giustizia...

— Scriva, consigliò Beatrice, scriva a un consulente di Milano.

— È vero! non ci aveva pensato! scriverò....

— Scriva subito.

E la contessa, con quella dolce autorità con cui si comandano le buone azioni, aprì al professore la propria scrivania a ribalta, e gli pose dinanzi la carta e il calamaio.

Dall’alto del calamaio quel tal amorino crudele scoccò una freccia oramai inutile.

Silvio stette un po’ a riflettere, prima per scegliere l’avvocato milanese a cui proporre il quesito, poi per trovare la forma migliore — e scrisse lentamente, sotto gli occhi della contessa, che gli stava alle spalle, incoraggiandolo e dicendogli: bravo!